Fra pochi giorni sarà Natale e presto ci tufferemo nel nuovo anno.
E’ stato un anno di grande intensità questo 2022 per gli accadimenti, gli incontri, i distacchi, le emozioni, le scoperte.
Provo gratitudine, un senso di sorellanza e fratellanza, una tenerezza così intensa che quando ci penso mi commuovo.
Non mi sono sentita sola anche nei momenti faticosi, e qualcuno ce n’è stato.
Sono fiduciosa, nonostante i tempi e la navigazione di mari in burrasca.
Ho incontrato tante persone curiose, vitali, accoglienti, sorridenti, con sguardi immensi, ansiose di danzare con la vita, aperte all’incontro, con una voglia umanissima di specchiarsi negli occhi degli altri, di ascoltare, commuoversi, imparare e disimparare, fare scoperte.
Ho letto libri bellissimi, poesie necessarie, accarezzato cortecce di alberi favolosi.
Ora è tutto impastato, mescolato, intrecciato: affiderò all’inverno questo humus insieme ai semi del mio nuovo in attesa delle future trasformazioni.
Se mi si dovesse chiedere quali sono le tre parole che meglio rappresentano questo 2022 sceglierei, e scelgo:
STUPORE
FIDUCIA
SOSTARE
Ma più di tutto mi affido, e ti affido, alle parole di Mariangela Gualtieri.
LA CURA
Adesso è forse il tempo della cura.
Dell’aver cura di noi, di dire
noi. Un molto largo pronome
in cui tenere insieme i vivi,
tutti: quelli che hanno occhi, quelli
che hanno ali, quelli con le radici
e con le foglie, quelli dentro i mari,
e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria
e più di tutto lei, la feconda, la misteriosa terra.
È lì che finiremo.
Ci impasteremo insieme a tutti quelli
che sono stati prima. Terra saremo.
Guarda lì dove dialoga col cielo
con che sapienza e cura cresce un bosco.
Mariangela Gualtieri
E al pianoforte e alla voce di Hania Rani, una scoperta musicale recente per me.
John Muir conosceva molto bene l’intrico delle foreste!
Scoprire la sua biografia significa partire per un’avventura affascinante nel cuore della Natura selvaggia.
Esploratore, botanico, filosofo, alpinista, geologo, scrittore, attivista politico, esponente del movimento filosofico e poetico trascendentalistaamericano, nasce in Scozia nel 1838 per emigrare con la famiglia da bambino nel Wisconsin.
Tra i primi non nativi a scalare le magnifiche pareti di granito della Yosemite Valley in California, ha esplorato quelle montagne in lungo e in largo, per lo più in solitudine, poi come “guida” a chi come lui desiderava incontrare la natura selvaggia: scalatori, fotografi e pittori.
Sentiva un amore così grande per la wilderness che, in una fase più matura della sua vita, diede vita ad una delle prime forme di ambientalismo della storia moderna.
Grazie a Muir e al Sierra Club, la più antica e grande organizzazione ambientalista degli Stati Uniti, da lui fondata nel 1892 e tuttora esistente, fu affermata la necessità di preservare allo stato selvaggio, almeno per una quota rilevante della superficie, vaste aree naturali del territorio nord americano.
Muir dunque si mise in gioco personalmente per mobilitare opinione pubblica e autorità politiche affinché le aree naturali, in primis quelle che lui conosceva così bene e amava, venissero preservate dagli impatti rilevanti della presenza di alcune attività umane (per esempio il disboscamento e le opere per la costruzione di dighe).
E’ passato allo storia il suo invito all’allora presidente T. Roosevelt a trascorrere tre giorni accampato con lui in tenda, nel 1903, proprio nello Yosemite, tra abeti Douglas, Sequoie e torrenti: più che con le parole, deve aver pensato allora Muir, occorreva far passare attraverso l’esperienza diretta l’incanto, la maestosità, la meraviglia dello spettacolo della natura e della necessità di proteggere e tutelare aree così ricche di biodiversità e bellezza.
E fu proprio grazie a questa iniziativa eclatante che la Yosemite Valley divenne ufficialmente uno dei primi parchi nazionali statunitensi sotto la diretta giurisdizione dello Stato federale.
Ad oggi, l’89% di questo territorio magnifico è ritenuto essere allo stato selvaggio.
Sequoie nel Parco dello Yosemite
Lo sguardo curioso, il desiderio di esplorare luoghi selvaggi mettendosi in ascolto di ogni suono, riconoscere che il vento non soffia sempre uguale, osservare ogni pietra incontrata sul cammino, ammirare gli animali con l’innocenza degli occhi di un bambino unita al desiderio di mettersi in relazione rispettosa e gioiosa con altre forme di vita, tutta la vita di John Muir per me è di grande ispirazione.
Mi sono emozionata a leggere le testimonianze nei diari che ci ha lasciato: racconti di esperienze memorabili sulle montagne dello Yosemite, avventurose e spirituali al tempo stesso.
Ho vissuto insieme a lui le giornate trascorse sulle pareti di granito, nei boschi di pini e sequoie, sulle rive dei ruscelli, in cima ad un abete per capire cosa significa davvero per un albero stare in mezzo ad una tempesta di vento!
“Ogni cosa sembrava forte e a suo agio, come se si stesse davvero godendo la tempesta, come se volesse rispondere ai suoi saluti più entusiastici. Si sente molto parlare, in questi tempi, della lotta universale per l’esistenza – ma nessuna lotta, nel senso letterale del termine, si stava verificando qui. Nessuna presa di coscienza del pericolo da parte degli alberi, nessuna supplica – ma una lietezza invincibile, tanto lontana dal giubilo quanto dalla paura “ John Muir
Andare in montagna è tornare a casa Saggi sulla natura selvaggia
(Edizioni piano B)
Quanta pace, e letizia anche, si sente nascere nel cuore ascoltando la voce del vento che ora accarezza, ora scuote le cime delle conifere. E’ una voce che parla anche a noi, al nostro cuore, ci rischiara la mente, ci scompiglia i capelli come se fossero rami ondeggianti di un larice.
Si, aveva ragione John Muir: andare in montagna è tornare a casa.
Contemplare la Natura significa, per me, cogliere le trasformazioni legate al succedersi dei mesi e delle stagioni.
Con la pratica dell’attenzione i segnali del cambiamento si manifestano anche da un giorno all’altro: a volte si tratta di sfumature, segnali “deboli” eppure con una sensorialità allenata anche i piccoli dettagli ci parlano dei cambiamenti in atto. La diversa inclinazione della luce, dell’umidità dell’aria, i primi voli degli uccelli che si radunano in vista delle migrazioni (anche nelle città!), i profumi che si fanno più intensi oppure delicati, la prima rugiada delle mattine più fresche.
Far caso a come cambia la Natura nel tempo delle stagioni è una pratica che ci porta ad osservare anche le trasformazioni che avvengono nella nostra natura di esseri umani: il cambiamento è la regola della vita, così come la natura si trasforma ciclicamente, anche noi siamo in perenne trasformazione. Sensazioni del corpo, ritmo del respiro, emozioni e pensieri, ogni istante è diverso da quello precedente e da quello successivo.
Osservare le trasformazioni senza giudizio è una pratica che mi riporta al momento presente, alla sua verità e semplicità. Spesso ci sono mesi, o stagioni, che ci rispecchiano di più, e altri che ci sembrano più distanti dal nostro sentire, che vorremmo scorressero in fretta: in queste preferenze a volte possiamo leggere molto più di noi stessi, quasi come uno specchio che riflette la nostra immagine.
Ricordo che negli anni passati settembre era il mio mese preferito, e anche oggi mi piace l’aria settembrina. Stavo aspettando infatti settembre, e vorrei “gustarmelo”: sento che le trasformazioni fuori parlano di trasformazioni che riguardano anche me. Ecco, questo settembre mi sembra proprio uno specchio.
Così, quando ho letto la poesia di Antonia Pozzi “Settembre”, mi sono detta: è questo che sento! La poesia ha proprio il potere, in alcuni momenti di grazia, di tradurre con nitidezza il (mio) sentire. Antonia Pozzi, poeta adorata, infatti scrive: … e sono come chi stia sulla riva di un lago e guardi miti le cose rispecchiate dall’acqua
Buon settembre dunque, buone giornate dolci e miti,
Tra i poeti che amo e che mi piace leggere c’è Gary Snyder.
Sintetizzare la sua biografia è impossibile per me, e dunque prendo a prestito la quarta di copertina di uno dei suoi libri, “Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness” – edizioni Mimesis.
Gary Snyder, poeta, saggista e buddista laico. Nome legato alla Beat Generation e al movimento della controcultura negli anni ’60. Premio Pulitzer per la poesia nel 1975. E’ tra gli ispiratori dei movimenti del bioregionalismo e dell’ecologia profonda.
Un intellettuale (ma non so quanto possa essergli gradita questa “etichetta”) che ha coltivato nella sua lunga vita (è nato nel 1930) esperienze di profonda connessione con la natura, i paesaggi e le culture native americane, proponendo visioni etiche, politiche ed ecologiche di grande attualità.
Tra i temi che sento più interessanti per la mia personale ricerca c’è quello della selvaticità (wilderness).
Semplificando forse, con l’intento di suggerire qui solo alcuni spunti, per spiegare il punto può essere utile partire dall’esempio dei corridoi verdi nelle aree urbane, grazie ai quali si possono favorire processi di ripristino, o tutela, della biodiversità, almeno parte di essa.
Le pratiche di “selvaticità” vanno intese quindi come la creazione di “spazi” nella nostra esperienza di vita che ci permettano di ricontattare e riattivare quell’energia vitale che è in noi, è presente, anche se ci sembra sopita, perché proviene dalla nostra eredità come specie umana di Sapiens.
In qualche modo dunque, seguendo la metafora dei corridoi verdi, praticare la selvaticità può voler dire ripristinare quella nostra personale biodiversità per aprirci ad una vita più ricca in termini di esperienze, conoscenza di noi stessi, anche di ampliamento dei nostri confini.
Aprirci alla selvaticità, alla parte meno “coltivata” di noi stessi, per accedere a quella saggezza “innata” che le migliaia di generazioni prima della nostra ci hanno lasciato come eredità biologica, come intelligenza, talento, creatività, immaginazione, linguaggio, espressione artistica.
E di nuovo, la natura è maestra in questo percorso.
Ma questo non significa che dobbiamo esplorare aree naturali selvagge, lontane da dove viviamo, per praticare la nostra selvaticità.
Si può accedere al selvatico anche nelle città in cui abitiamo se sappiamo cambiare il nostro sguardo, se “conosciamo il sentiero per il posto selvatico” se proviamo ad osservare con occhi diversi, senza pre-giudizi, quello che ci circonda e ciò che risuona in noi, “ciò che è spaventoso ma anche tranquillo”.
La poesia “ I posti selvaggi della terra” a me dice proprio questo: la città come organismo, corpo, con le sue autostrade, le stazioni di servizio, i camion. Mani, bocche, occhi. Conosciamo tutto, tutto ci è familiare, sappiamo come funzionano le cose.
Ma c’è un angolo selvatico, ognuno scoprirà quale, ognuno può trovare il proprio, e lì siamo soli. Non conosciamo esattamente le regole di quello che accade, non sappiamo come funziona e perché.
Può sembrarci spaventoso, perché non è controllabile, ma – forse proprio per questo – è anche profondamente tranquillo.
Nelle esperienze di Ecotuning che propongo in Natura, il saluto al Genius Loci è uno dei primi inviti che propongo al gruppo.
Il saluto al Genius Loci, che è poi lo Spirito del Luogo, è una pratica appresa grazie agli insegnamenti della Scuola di Ecopsicologia e, pur avendone percepito la potenza quasi subito, è con il tempo che ho compreso meglio quanto possa cambiare la relazione con il luogo naturale incontrato.
Anche nella vita di tutti i giorni, ogni volta che mi è possibile, il mio incontro con un luogo naturale inizia con un saluto: nulla di complicato, non c’è una “formula” da seguire, ciascuno nel tempo trova il proprio modo, se si è da soli con la mente e in silenzio. Ciò che fa la differenza è riconoscere l’alterità, ciò che è altro da noi e con cui possiamo entrare in dialogo.
E così ho deciso: non tornerò più in città. Resto con la natura, non solo dalla sua parte ma proprio insieme a lei. Qui c’è il bosco e ogni giorno lo frequento, come si dice “frequenta la chiesa, o la sinagoga”. Sono passati nove mesi, è autunno inoltrato. Ora non solo parlo agli alberi, ma gli alberi mi rispondono. Vado nel bosco a imparare a camminare da sola, senza pensieri, a guarire le ferite (…).
Chandra Candiani, “Questo immenso non sapere”
La Natura in cui siamo immersi, il paesaggio che ci ospita, attraverso questo riconoscimento, non sono più uno sfondo in cui ci muoviamo, sentendoci sempre al centro dell’attenzione. Iniziamo a percepire che non siamo soli, che siamo immersi in un flusso, talvolta impercettibile alla vista, eppure vivo, palpitante.
Per i nostri avi latini, e ancor prima greci, lo Spirito del Luogo era del tutto compreso e riconosciuto.
Nel bellissimo libro di Francesco Bevilacqua “Genius Loci. Il Dio dei luoghi perduti” edizioni Rubbettino, l’autore ci ricorda che per i latini ciascun luogo, una fonte, un fiume, un bosco, un’altura, aveva una divinità secondaria (rispetto a quelle olimpiche) che lo proteggeva e lo tutelava. Si riconosceva così ai luoghi, prosegue sempre Bevilacqua, uno status del tutto analogo a quello degli esseri umani.
L’esigenza di personificare i luoghi ha poi preso la forma, nella mitologia greca e latina e poi anche nelle evoluzioni culturali successive, di personaggi, sempre femminili, che ritroviamo nella poesia, nelle leggende, nell’arte, nella cultura popolare: le Ninfe e le Fate.
Sempre citando Bevilacqua, si tratta di spiriti intermedi tra l’uomo e le divinità ufficiali che nascono appunto dalla necessità degli uomini di personificare i luoghi o gli elementi della natura (fiumi, mari, alberi, montagne, ecc).
Andando alle origini della storia delle culture umane, Bevilacqua sottolinea che il punto di inizio si ritrova nelle popolazioni di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico che, costrette dal bisogno di propiziarsi le forze della natura espiando la colpa di avere ucciso animali (nel timore che, a causa della caccia, gli animali scomparissero) immaginarono spiriti femminili cui rivolgere riti e preghiere che troviamo dipinti sui muri di vari siti preistorici: donne-uccello, esseri-farfalla.
La storia delle migliaia di generazioni di esseri umani che ci hanno preceduto è racchiusa nei nostri geni, ognuno di noi ne è figlio.
Per un lunghissimo tempo l’uomo ha riconosciuto, ringraziato, onorato, rispettato la Natura, per ragioni non solo di “utilità” ma comprendendo che la Natura ha una sua “autonomia” e anche suoi “scopi” in un disegno che è molto più grande dell’uomo, di cui tuttavia l’uomo è parte.
Sono convinta che tornare a riconoscere i luoghi come dotati di “spirito”, di una individualità, della facoltà di manifestarsi, di compiersi e anche di entrare in comunicazione profonda con noi, sia un primo fondamentale passo per cambiare la nostra prospettiva e la nostra relazione con la Natura e i paesaggi.
A partire dai paesaggi in cui trascorriamo la nostra vita, che sono tutt’uno con la nostra storia e dunque sono parte di noi così come noi siamo parte di tali paesaggi.
Mettendoci in ascolto, osservando i dettagli, prestando attenzione, sentiremo la vita che scorre attorno a noi, anche se viviamo in città, anche se abbiamo a disposizione solo qualche albero in un parco vicino a casa, o se vediamo dalla nostra finestra il profilo di una montagna. E sarà sempre uno scambio, e ci sorprenderemo e ci commuoveremo per la bellezza che è attorno a noi.
Le esperienze di relazione e contatto con la natura, da umana curiosa e fortemente attratta dalla bellezza, mi hanno fatto scoprire e approfondire negli anni i temi affrontati dall’ecopsicologia, una disciplina nuova e antica al tempo stesso, perché profondamente radicata nella visione del rapporto dell’uomo con la natura ed il cosmo.
Sviluppatasi come “corpo” teorico a partire dagli anni ’90 grazie ad un gruppo di psicologi, biologi, fisici, antropologi, storicice ed ecologi, l’ecopsicologia sintetizza, rielabora e amplia visioni sviluppate nell’ambito di alcune scienze e discipline, in primis l’ecologia e la psicologia ambientale, che hanno individuato un nuovo e originale percorso con applicazione in molteplici ambiti: psico terapeutici, di formazione ed educazione, di aiuto alle comunità, di motivazione e team building in ambito organizzativo, di crescita personale e altri ancora.
Ho sempre sentito la presenza viva
Degli alberi
La foresta che mi chiama così profondamente
Quanto il mio respiro
Come se il bosco fosse il midollo delle mie ossa
Come se
Io stesso fossi un albero, un arco della grande
Chioma, che respira, si allunga
Accanto a un ruscello spumeggiante
Come quello
Immenso in questo bosco,
Che chiama
Che sussurra casa
Michael S. Glaser, La presenza degli alberi
L’ecopsicologia, rispetto alle scienze da cui è stata ispirata, propone un salto evolutivo: partendo dal riconoscimento della profonda connessione che ci lega come esseri umani al Pianeta Terra e alla Natura giunge a rivedere il paradigma della “visione antropocentrica” prevalente, in cui l’uomo è al centro di un processo di dominio e controllo sulla natura, per riconoscere e valorizzare una nuova concezione “ecocentrica”, in cui l’uomo, riconoscendosi parte integrante della Natura, cambia il proprio modo di relazionarsi con l’altro, un “altro” che può essere animato o inanimato, comunque parte del cosmo, tanto quanto lo è l’uomo.
La Natura assume un ruolo centrale nel processo di cambiamento di visione e, anche, di crescita personale: grazie infatti ad una esperienza più consapevole di connessione, relazione, riconoscimento e dialogo con la Natura si è portati come individui a riconoscere e valorizzare i propri sfaccettati talenti, e ad esprimere il proprio “potere personale” con comportamenti, atteggiamenti e azioni che possono aiutarci a vivere più pienamente e con significato la nostra vita, a riconoscere il valore di chi ci ha preceduto e a preservare, per chi verrà dopo di noi, la ricchezza più grande, il nostro meraviglioso e unico Pianeta verde azzurro, la nostra casa: la Terra.