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La vita segreta dei funghi

Sintonizzarmi con gli stati d’animo suscitati dalle varie stagioni dell’anno è una pratica che ho imparato a coltivare con consapevolezza e attenzione negli ultimi anni.

Sentiamo spesso più familiarità con una determinata stagione che sembra avere effetti benefici sulle nostre sensazioni fisiche e sulle emozioni che ci abitano.

La diversa inclinazione della luce, la temperatura dell’aria, i colori mutevoli delle stagioni: tutto contribuisce a farci sentire più (o meno) bene con l’avvicendarsi delle stagioni.

Quanto a me, la primavera e l’autunno –  stagioni di mezzo – sono quelle in cui mi sento  meglio energeticamente, nel corpo e a livello psichico.

La primavera mi stupisce con lo spettacolo delle prime timide gemme e il lento rinverdirsi delle piante, ma è in autunno che mi sento davvero “a casa”, e a pensarci bene era così anche da bambina.

Dell’autunno mi attrae tutto, anche i sapori, e tra questi il gusto dei funghi mi ricorda al meglio la terra umida e profumata dei boschi di ottobre e novembre.

La mia passione per i funghi è cresciuta, e non poco, dopo la lettura del libro di Merlin Sheldrake, “L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi”: alla curiosità e all’attrazione si è unito lo stupore per le conoscenze apprese sul Micelio.

Il sito dell’autore ne riporta questa breve nota biografica:

“Merlin Sheldrake è biologo, scrittore e oratore con una formazione in botanica, microbiologia, ecologia e storia e filosofia della scienza. Ha conseguito un dottorato di ricerca in ecologia tropicale presso l’Università di Cambridge per il suo lavoro sulle reti fungine sotterranee nelle foreste tropicali di Panama (…).

La ricerca di Merlin spazia dalla biologia fungina, alla storia dell’etnobotanica amazzonica, al rapporto tra suono e forma nei sistemi risonanti. Appassionato birraio e fermentatore, è affascinato dalle relazioni che si instaurano tra gli esseri umani e gli organismi più che umani. È un musicista e si esibisce al pianoforte e alla fisarmonica”.

Il libro di Merlin Sheldrake ha aperto vasti e inediti orizzonti che hanno cambiato le mie prospettive sui funghi e sulla loro importanza per la vita del nostro pianeta.

Il mondo senza funghi è semplicemente inconcepibile, cioè non potrebbe esistere. Anche noi esseri umani non potremmo esistere senza funghi: sono nostri compagni di viaggio nel corso della vita, sono parte del nostro corpo.

I funghi che incontriamo passeggiando nel bosco sono i frutti “emersi” e gli organi riproduttivi di una struttura biologica complessa ed estremamente sofisticata che sta sottoterra e che si chiama il Micelio.

Il Micelio è un vero e proprio reticolo sotterraneo di tubicini sottilissimi che può raggiunge anche chilometri di lunghezza ed esplora incessantemente il suolo alla ricerca di nutrienti.

Così facendo, il Micelio attiva processi di cooperazione e di competizione, a volte anche contemporaneamente, con le strutture biologiche presenti nel suolo, ad esempio le radici di piante ed alberi.

Suzanne Simard , autrice del libro “L’albero Madre”, ha proprio esplorato il tema della relazione simbiotica tra betulla, abete e una specie di fungo (ne ho parlato in un mio precedente articolo). Una relazione che consente, in quel caso, a tutti gli attori in gioco di prosperare.

Ciò che colpisce e affascina è l’ingegnosa abilità del Micelio di adattarsi alle situazioni e attuare strategie che possono prevedere la simbiosi con altre forme viventi, ovvero relazioni parassitarie e mutualistiche, in cui lo scambio non è, per così dire, equo (a vantaggio del Micelio, di solito).

Le relazioni tra funghi e piante danno vita alle Micorrize, che l’Enciclopedia Treccani definisce così:

“Fungo che vive in simbiosi con le radici di talune piante, svolgendo compiti essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi. Le strutture formate dall’associazione di radici e funghi simbionti sono descritte come micorrize, diverse morfologicamente e per significato funzionale”

L’universo dei funghi (e dei licheni) offre anche spunti affascinanti sia per l’importanza ecosistemica che essi ricoprono sia perché sentiamo nascere profonde riflessioni sulla nostra stessa esistenza e sul modo in cui entriamo in connessione con la realtà.

Studiare il Micelio ci apre ad un “continente di possibili opinioni”, come lo stesso autore ha dichiarato in un’intervista, e ci costringe a confrontarci con le modalità per certi versi ambigue delle connessioni fungine, per nulla scontate. 

Allo stesso modo non si può provare che stupore nello scoprire come il Micelio riesca, in esperimenti ben descritti nel libro, a creare infrastrutture di esplorazione “intelligente” (dove per intelligente qui intendiamo efficiente ed efficace) del suolo, che replicano alcune realizzazioni dell’intelletto umano, per esempio le reti metropolitane delle grandi città che collegano più punti.

Come è possibile che ciò avvenga?  

Il fungo non ha un cervello che impartisce istruzioni da un centro.

In natura esistono forme di intelligenza “diffusa” a tutto l’organismo e il micelio è un esempio stupefacente di questo meccanismo.

Ma forse, ed è qui che il libro inizia a far nascere nel lettore molte domande, almeno per me è stato così, questo stesso meccanismo opera per altre forme di vita.

Forse anche noi esseri umani, che pure abbiamo un super cervello, sentiamo che le modalità attraverso cui entriamo in relazione con l’altro da noi, e prendiamo decisioni, avvengono anche grazie all’intelligenza del nostro corpo e del nostro intuito.

Il libro di Sheldrake è una scoperta avvincente, capitolo dopo capitolo, e permette di rimediare a quella “cecità fungina” (fungal blindess) che affligge l’opinione pubblica e forse anche parte della comunità scientifica.

Va detto che negli ultimi anni è molto cresciuto l’interesse per l’universo dei funghi e dei licheni, altre strabilianti creature del mondo naturale (da Wikipedia: i licheni sono organismi costituiti dall’associazione simbiontica di Funghi e di Alghe, con un tallo di forme diverse – L. gelatinosi, filamentosi, crostosi, fogliosi e fruticosi – e di colori diversi – dal bianco al rosso al nero. Vivono sugli alberi, sulle rocce e negli habitat più inospitali della Terra).

Le ragioni di questo crescente interesse verso funghi e licheni sono molteplici: dalle applicazioni in ambito di bonifica ambientale, al settore delle costruzioni, all’impiego in agricoltura, alla realizzazione di tessuti, all’utilizzo farmacologico. Quest’ultimo, noto dalla notte dei tempi e utilizzato ampiamente nelle culture aborigene a qualsiasi latitudine per scopi medicali e rituali, riscontra un rinnovato interesse nella medicina ufficiale per alcune recenti e promettenti evidenze nella cura di depressioni gravi.

Del resto, come specie, abbiamo incrociato i funghi in alcune fasi cruciali della nostra storia evolutiva: nella selezione naturale dei primati, i nostri progenitori, vi è stato un passaggio in cui l’organismo delle scimmie ha sviluppato la capacità genetica di metabolizzare l’alcol.

Questo è accaduto quando le scimmie sono scese dagli alberi (un passaggio determinante per la storia dell’evoluzione) e hanno iniziato a nutrirsi della frutta caduta dai rami.

Nel processo di evoluzione genetica delle scimmie, nuovi potenti enzimi digestivi, in precedenza non necessari, hanno permesso ai nostri progenitori di metabolizzare l’etanolo che si produce attraverso il processo di fermentazione della frutta marcia.

Fermentazione che avviene attraverso i lieviti, una specie di funghi.

Non c’è una sola pagina di questo libro che non mi abbia esaltato. Al rigore scientifico in materia micologica ed ecologica, Sheldrake unisce curiosità, talento narrativo e la capacità di aprire porte, di porre domande, di osservare la realtà in prospettiva sistemica.

L’Epilogo dell’opera, intitolato Compost, inizia con un omaggio a San Francesco D’Assisi, con cui chiuderò questo articolo:

“Le nostre mani assorbono come radici, quindi le poso su ciò che è bello in questo mondo”.

https://www.merlinsheldrake.com/

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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L’intelligenza della foresta

Qui, nel bosco, i miei occhi ci vedono meglio e a maggior distanza.

Lo sguardo si allarga e allo stesso tempo coglie infiniti dettagli di colori, forme, movimenti.

Sento bene, anche i suoni più lontani, gli scricchiolii, i fruscii.

La pelle mi sembra molto sensibile al contatto, a temperatura e umidità.

Attraverso il naso colgo nuovi odori, a molti non so dare un nome.

Assaggio un lampone còlto tra i rovi di un sentiero di montagna, e sento le papille gustative fare festa.

Immergermi in uno spazio naturale che mi attrae è un’esperienza anzitutto fisica e sensoriale.

La poeta americana Mary Oliver invita a praticare l’esperienza di relazione con l’altro da noi (ma credo valga anche a proposito della relazione con noi stessi) seguendo alcune lapidarie istruzioni nei versi di “Istruzioni per vivere una vita“:

Istruzioni per vivere una vita

Presta attenzione
Stupisciti
Parlane

(Mary Oliver)

Mary Oliver si riferisce all’incontro con la natura come esperienza di pratica dello stupore.

Le occasioni per dedicarsi a tale pratica sono innumerevoli, quotidiane.

Può bastare anche un giardino o un piccolo balcone, oppure il cielo sopra di noi se non vi è modo di perdersi in un bosco o su una spiaggia battuta dal vento.

La curiosità che nasce dall’incontro con la natura spinge in territori affascinanti anche l’intelletto e la creatività, come avviene a biologi, ecologi, artisti e poeti.

Uno sguardo ampio e curioso che ho trovato in entrambi i libri di cui parlerò in questo e nel prossimo articolo, due nuove foglie nella mia personale bibliografia arborea (i primi due libri di cui ho scritto sono in precedenti articoli qui sul mio blog).

Per chi decidesse di leggerli entrambi Il mio suggerimento è, se possibile, di non far passare troppo tempo tra uno e l’altro, l’ordine invece non ha alcuna importanza.

Sono opere molto diverse per stile, tono e visione. E in parte anche per alcune conclusioni a cui giungono.

Proprio queste differenze li rendono ai miei occhi entrambi così interessanti.

Una “polifonia” che arricchisce e amplia lo sguardo.

Partirò dal libro di Suzanne Simard, “L’albero Madre”.

 “L’Albero Madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta”.

di Suzanne Simard

Editore : Mondadori, Strade Blu

479 pagine

L’espressione Wood Wide Web, in assonanza con la più nota definizione di Internet che tutti conosciamo (World Wide Web), apparve nel 1997 quando la rivista Nature dedicò una copertina all’articolo scritto da Suzanne Simard et al.  “Net transfer of carbon between ectomycorrhizal tree species in the field” (che traduco in: Trasferimento netto di carbonio sul campo tra specie arboree ectomicorriziche).

Per chi fosse interessato nelle note il link all’articolo originale di Nature del 1997.

L’espressione Wood Wide Web rimanda con efficacia e semplicità al concetto di Internet: una rete interconnessa che collega tra loro molti punti.

Grazie a questa similitudine è diventato più chiaro, anche ad un pubblico di non specialisti (come me), che nel suolo esiste una rete complessa e sofisticata, il micelio fungino, attraverso la quale alberi e piante sono in connessione tra di loro.

Un tema, quello delle reti micorriziche, di crescente interesse nel mondo scientifico e non solo.

Radici possenti di una Sequoia nel Parco dello Yellowstone (USA)

Simard, oggi professoressa presso il Dipartimento di Scienze Forestali e della Conservazione dell’Università della Columbia Britannica in Canada, ha dedicato l’intera vita ad esplorare questo filone di studio: le sue ricerche hanno indagato i processi di comunicazione biochimici che avvengono nei reticoli fungini.

La passione di Suzanne Simard per le foreste trae origine anche dalla sua biografia: la biologa è nata in una famiglia di boscaioli, coloni di origine francese insediatisi nel Canada Nord Occidentale fin dai primi del ‘900.

Suzanne cresce tra le conifere, impara a conoscere, ad amare e provare rispetto per gli alberi: in un passaggio divertente del libro l’autrice racconta che da piccola le piaceva mangiare la terra perché aveva un buon sapore.

Sono convinta che questa sua connessione fisica, direi simbiotica, con la foresta, il suo essere letteralmente cresciuta come un impasto fatto di terra e radici, abbia alimentato la sua curiosità.

Il seme delle ricerche a cui dedicherà una vita intera si sviluppa a partire dalle sue osservazioni, prima ancora che dagli studi di ecologia forestale.

All’epoca (parliamo di anni a cavallo tra il 1970 a il 1980) le politiche governative canadesi prescrivevano l’impiego di trattamenti chimici successivi ai tagli forestali.

L’obiettivo delle pratiche era favorire la crescita veloce di nuovi alberi destinati al taglio per rendere molto produttiva la foresta: per ottenere questo risultato venivano eliminate le specie arboree che si riteneva fossero in competizione con gli abeti per nutrienti e luce.

Simard aveva intuito che rimuovere alcuni alberi (in particolare le betulle), poco “interessanti” dal punto di vista dell’industria del legname, per favorire la crescita più veloce di plantule di abeti in sostituzione di quelli tagliati, sembrava controproducente per le conifere.

Tra le radici di betulle e abeti, anche grazie alla rete di micorrize fungine, avvengono infatti processi di scambio di nutrienti utili per le specie arboree, e particolarmente importanti per le plantule di abete.

A questa conclusione erano giunte in precedenza altre importanti ricerche: ciò che Simard riuscì a dimostrare, attraverso un lungo e faticoso lavoro fatto sul campo nelle foreste canadesi, è che gli impianti radicali delle plantule di abeti ricevono carbonio, nutriente fondamentale per la loro crescita, dalle radici delle betulle circostanti.

Il passaggio avviene attraverso i canali micorrizici fungini, veri e propri tubicini sottilissimi attraverso cui il micelio si espande e prospera nel suolo.

Per micorriza (dal greco antico: μύκης, mýkēs, «fungo» e ῥίζα, rhiza, «radice») si intende un particolare tipo di associazione simbiotica tra un fungo e una pianta superiore, localizzata nell’ambito dell’apparato radicale del simbionte vegetale, e che si estende per mezzo delle ife o di strutture più complesse come le rizomorfe, nella rizosfera e nel terreno circostante (fonte Wikipedia).

La rete micorrizica nei casi studiati da Simard è quindi una infrastruttura che mette (anche) in comunicazione gli alberi tra di loro, pur se di specie diverse, come abeti e betulle.

Sulla natura di queste connessioni si aprono orizzonti ampi e intriganti, ma su questo punto tornerò nel prossimo articolo sul bellissimo libro di Merlin Sheldrake “L’ordine nascosto. la vita segreta dei funghi”.

L’Albero Madre di Suzanne Simard è un’autobiografia avvincente in cui l’intreccio tra vicende personali, affetti, alterne fasi di carriera universitaria, lunghe ed estenuanti ricerche sul campo, riflessioni personali e intuizioni si impastano.

E’ il racconto di una vita intera dedicata alla ricerca e alla comprensione dei meccanismi che fanno delle foreste organismi sistemici, interconnessi, di grande complessità per gli studiosi perché non è semplice osservare e analizzare quello che avviene sottoterra.

Le foreste come super-organismi in cui gli alberi più longevi (quelli che Simard chiama Alberi Madre) sembrano avere un ruolo specifico nel processo di mantenimento di equilibri delicati nell’ecosistema boschivo.

La Quercia delle Streghe di Capannori (Lucca), uno splendido albero monumentale di circa 700 anni

I popoli nativi di quelle terre, come di tutte le terre del nostro pianeta, lo hanno sempre saputo grazie ad una forma di intelligenza pre-scientifica, intuitiva, olistica.

Simard, dal suo punto di osservazione di studiosa, riconosce e abbraccia quella saggezza ancestrale.

“Non ho la pretesa di afferrare completamente il sapere degli aborigeni. Deriva da un modo di conoscere la terra – un’epistemologia – diversa da quella della mia cultura. Parla di essere in sintonia con la fioritura della Lewisia rediviva, la corsa dei salmoni, le fasi della luna. Della consapevolezza che siamo legati alla terra – le piante, gli animali, il suolo, l’acqua – e gli uni agli altri, e che abbiamo la responsabilità di avere cura di queste connessioni e delle risorse, assicurando la sostenibilità degli ecosistemi per le future generazioni e per onorare chi ci ha preceduto. Di andarci piano, di prendere solo i doni i cui abbiamo bisogno e dare qualcosa in cambio. Di mostrare umiltà e tolleranza per tutto ciò a cui siamo connessi in questo ciclo vitale. (…) Possiamo confrontare le condizioni della terra là dove è stata smembrata e ogni risorsa considerata indipendente dal resto, e là dove la si è accudita secondo il principio secwwepmec del k’weseltktnews (“siamo tutti connessi”) o il concetto salish di nècà?mat ct (“siamo una cosa sola”)”

Pagine 392-393 L’Albero Madre di Suzanne Simard – Mondadori

Dovremmo forse imparare a guardare alla natura con maggiore intimità, immaginazione, abbandono e intuito.

Mi sembra che la storia di Suzanne Simard ci insegni proprio questo, ad ascoltare il “sapere” che proviene dal nostro intuito, risultato della stratificazione di una saggezza tramandata dai nostri predecessori.

Nel suo caso, un intuito coltivato e approfondito con la scienza e l’ecologia forestale.

L’invito per noi è più semplicemente, umilmente e gioiosamente, porci in ascolto dell’altro da noi.

Altro umano e altro non umano. Non siamo da soli su questo pianeta. Possiamo comprendere, o forse anche solo intuire- che sarebbe già tanto – qualcosa di più sul mistero della vita sentendoci profondamente connessi con i nostri compagni di viaggio, quelli con gambe e braccia, zampe, ali, pinne e radici.

Contemplazione di un frassino in Valle D’Aosta

Una saggezza, quella della profonda interconnessione con la natura, che ritroviamo nelle “Western Inscription” scritte da Zhang Zai (1020-1077), filosofo cinese vissuto nell’epoca della dinastia Song ed esponente del neo-confucianesimo.

Il Cielo è mio padre e la Terra è mia madre

e anche io, una creatura così piccola, trovo un posto tra di loro.

Ciò che riempie l’Universo, lo considero come il mio corpo,

ciò che guida l’Universo lo considero come la mia natura.

Tutte le persone sono miei fratelli e sorelle,

e tutte le creature sono mie compagne.

Zhang Zai (1020-1077)

Nel prossimo articolo faremo un viaggio intrigante tra i funghi, creature misteriose e affascinanti da cui abbiamo molto da imparare.

Ci vediamo nel bosco.

NOTE

Articolo di Nature https://rdcu.be/dhYec

sito ufficiale di Suzanne Simard https://suzannesimard.com/?doing_wp_cron=1692624498.8882200717926025390625

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Canopie e poesia

Sono una grande appassionata di documentari naturalistici.  Secondo me chi lavora alla creazione di documentari sulla natura fa il lavoro più bello del mondo, anche se scomodo, magari pure pericoloso e faticoso.

In questi giorni ho visto un documentario avvincente sulle vicende di due gruppi di scimpanzé nelle foreste primordiali  Ngogo in Uganda. Tra le tante immagini affascinanti, una in particolare mi ha colpito.   

Il modo in cui gli scimpanzé indagano con il loro sguardo intelligente le chiome degli alberi.

Scrutano in alto alla ricerca di segnali, per scorgere eventuali intrusi o pericoli, per cercare la frutta di cui si cibano e altre prede, per trovare rifugio dalla pioggia al riparo di grandi foglie degli alberi tropicali o per mettersi in salvo quando scoppiano zuffe furibonde tra i maschi che danno sfoggio della loro forza.

Quello sguardo verso l’alto.

Quel desidero di salire e di avvicinarci al cielo.

Noi esseri umani abbiamo perso la capacità di muoverci agilmente tra i rami degli alberi, anche se da bambini gli alberi sono una calamita per arrampicate selvagge o maldestre. Poi per volare abbiamo inventato i palloni aerostatici e gli aeroplani.

Ma l’istinto che ci fa scrutare tra le fronde degli alberi rimane ed è quella curiosità che ha spinto l’autrice del secondo libro della mia bibliografia arborea a diventare una delle massime esperte delle volte forestali del nostro pianeta.

Tra la Terra e il Cielo. La vita segreta degli alberi.

di Nalini N. Nadkarni

Editore: Castelvecchi (Roma)

Nalini Nadkarni è una biologa ed ecologa americana specializzata nello studio delle chiome forestali. Si è concentrata nella comprensione dell’importanza delle canopie  per l’equilibrio ecologico delle foreste pluviali: è suo il 1° database mondiale –  il Big Canopy Database –  che raccoglie le informazioni sul numero e la morfologia delle volte forestali del pianeta.

Dunque una scienziata che opera in ambito accademico ed è anche pioniera nel portare l’educazione naturalistica al di fuori del mondo universitario.

Per esempio nelle carceri, oppure collaborando con scrittori, poeti, danzatori, musicisti e artisti visivi per comprendere e comunicare meglio le relazioni tra la natura e gli esseri umani.

Il suo obiettivo principale nel coinvolgimento di un pubblico più allargato è portare la scienza e gli scienziati alle persone che non hanno o non possono avere accesso ad essa nelle sedi tradizionali.

Nelle note a questo articolo ho inserito il link il sito dell’autrice (*) – in inglese – molto ricco di informazioni, articoli e studi.

Per conoscere e studiare le volte forestali ha imparato a scalare gli alberi delle foreste pluviali e questo le ha permesso di compiere le sue osservazioni tra i rami a molti metri di altezza da terra.

Mi sembra una prospettiva intrigante.

Arrampicarsi sugli alberi è un sogno che ha ispirato poeti, scrittori, registi cinematografici, studiosi. Anche architetti: ho letto che è possibile alloggiare per vacanza in case costruite sugli alberi. Quando vedo nei giardini le piccole casette per bambini costruite sugli alberi sento spesso un’attrazione, mi piacerebbe proprio arrampicarmi e osservare il mondo dall’alto, appollaiata ad un ramo come un uccello.

Anni fa durante un viaggio nelle regioni Baltiche sono stata su una piccola isola in Germania, Rugen.

Faggeta sull’Isola di Rugen – Germania

L’isola è verdissima e offre poetici scorci sul mare. Nel territorio di Rugen si può esplorare il   Parco Nazionale Jasmund che  accoglie il più vasto bosco ininterrotto di faggio selvatico della costa del Mar Baltico. La  faggeta di Jasmund è Patrimonio dell’Umanità Unesco come “Antica faggeta della Germania”.

Treetop Walk – Isola di Rugen – Germania

A Rugen ci vorrei proprio tornare per perdermi di nuovo tra le sue antiche e silenziose faggete e anche per salire ancora sul Treetop Walk. Si tratta di una installazione torreggiante che tramite un percorso a spirale conduce fino in cima, a 40 metri dal suolo. La torre è letteralmente in mezzo agli alberi, si cammina tra rami e foglie. E’ forse la principale attrazione turistica dell’isola, concepita con una filosofia di ridotto impatto ambientale e arricchita da un bel museo e molte attrazioni per le famiglie e i bambini.

Anche per gli ex bambini, come me. Ero eccitatissima e ricordo l’emozione man mano che salivo, mi avvicinavo ai rami per sfiorarli e poi guardavo giù!

Proprio come quando leggevo il libro di Nalini: ero lì con lei, in arrampicata.

Il libro è ricchissimo di informazioni, in linguaggio per non addetti ai lavori, sulla biologia degli alberi e l’importanza delle volte forestali, e questo non solo per le foreste pluviali, area di suo specifico interesse, ma anche per le foreste e i boschi delle campagne e delle città.  

Nalini prende per mano il lettore e dedica alcuni capitoli del libro a ricordarci quanto sia stretto il legame che l’uomo ha con gli alberi, da sempre.

Per indagare questo legame, si è ispirata al modello della piramide dei bisogni di Maslow, uno dei principali esponenti della psicologia umanistica (**) e si è chiesta: quali sono le “categorie” di bisogni umani che gli alberi ci permettono di soddisfare?

Piramide di Maslow “modificata” da N. Nadkarni – Bisogni dell’uomo soddisfatti dagli alberi

Dalla base fino al vertice della piramide, il legame tra uomini e alberi riguarda tutte le dimensioni della nostra vita: dai bisogni fisici, di sicurezza, di salute fino ad arrivare al gioco e l’immaginazione, alla percezione dello scorrere del tempo e ai simboli.

Giunti in cima alla piramide, gli alberi sono mediatori che ci connettono alla dimensione della spiritualità, del divino e della consapevolezza.

“gli insegnamenti spirituali degli alberi sono universali: dovremmo sforzarci di mettere in collegamento il mondo terreno con quello spirituale, produrre cose che siano utili agli altri, avere radici solide, accettare i cambiamenti inevitabili della vita, vivere consapevolmente, essere felici. Aprirci a qualcosa talmente semplice e piacevole come scalare un albero, o sedersi in silenzio sotto di esso, può far sentire le persone in pace con il mondo e con se stesse”

(pg 241- 242 Tra la terra e il cielo. La vita segreta degli alberi di Nalini Nadkarni. Castelvecchi Editore)

L’uomo moderno si è dimenticato quanto gli alberi siano fondamentali per la vita. Leggere il libro di Nalini aiuta a riattivare una consapevolezza che era ben chiara ai popoli antichi, e che è tuttora centrale  per le popolazioni native.

La salute dell’uomo è profondamente intrecciata con la salute della terra. La chiave per riportare in salute la terra risiede nel modo in cui ci sintonizziamo con la natura e, attraverso la natura, con noi stessi.

Chris Maser, ambientalista americano, è convinto che “imparando a risanare la foresta, la curiamo e mentre curiamo la foresta curiamo noi stessi”.

Io mentre accarezzo un alerce vetusto in Cile

Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci così: Sii calmo! Sii calmo! Guarda me!
La vita non è
facile, la vita non è difficile.


HERMAN HESSE, Il canto degli alberi

Le frequenti incursioni poetiche di cui l’opera  è disseminata sono un’altra ragione per cui questo libro mi è tanto piaciuto.

Una biologa forestale che ha sentito necessario accompagnare il suo racconto con il linguaggio poetico è una piccola rivelazione.

“offro questo libro come un invito a considerare quanto gli approcci di scienza, arte e umanistica possano, tutti insieme, portarci ad una maggiore consapevolezza verso gli alberi”

Nalini M. Nadkarni

La parola poetica coglie la dimensione emozionale, di incanto, di profonda ammirazione e di potente simbolismo che nell’esperienza umana sperimentiamo quando siamo al cospetto di alberi che ammiriamo o a cui siamo legati.

Ogni albero, ogni essere che cresce mentre
Lo fa dice questa verità: raccogli ciò
Che semini. Nella vita, breve quanto
Mezzo respiro, non piantare nulla, solo
Amore.

Rumi

La prossima volta che incontrerai un albero che ti piace, magari prova a leggergli una poesia.

Io lo faccio ogni tanto, in silenzio se sono da sola oppure a voce alta in occasione delle esperienze in natura con piccoli gruppi che accompagno nei boschi.

Gli alberi non hanno orecchie eppure io sono convinta che ci ascoltino.

Note

(*) https://nalininadkarni.com/

(**) https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_umanistica

tutte le foto sono di Stefano Romani

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Alberi-mammut

Ripenso, talvolta con un po’ di nostalgia, ai lunghi pomeriggi dopo la scuola e mi rivedo immersa nella lettura delle storie dei pirati di Salgari mentre sognavo arrembaggi tra i mari tropicali.

I libri mi hanno sempre fatto molta compagnia.

Come chiunque ami leggere, col tempo ho coltivato un mio metodo nella scelta di storie e autori che sentivo più vicini e interessanti: ho letto classici, romanzi storici, fantascienza, gialli, fantasy.

Per lo più letteratura europea, nord e sud americana, russa, israeliana, anche giapponese.

Fidandomi anche di consigli di lettura, pochi però, sempre e solo di persone stimate. Ho trascorso ore indimenticabili insieme a personaggi che entravano nella mia vita per un tratto di strada e restavano lì come me, come persone in carne e ossa. E’ così: la lettura dei romanzi ci fa vivere ulteriori vite e non è solo una faccenda che riguarda la mente, si parla di emozioni, respiro, sensazioni del corpo.

Una sorta di realtà aumentata.

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nei miei interessi, ho quasi smesso di leggere romanzi anche se a casa ci sono ancora scaffali pieni di tascabili che attendono il loro turno.

Non sono bene come sia successo, e forse non ha così tanta importanza, immagino sia una fase.

Questo cambiamento potrebbe anche essere collegato al rifiorire del mio amore per la natura, un’attrazione che ha cambiato le mie prospettive, il modo in cui guardo a me stessa e alla vita.

Così, oltre a stare nei boschi e in natura ogni volta che posso, anche per accompagnare piccoli gruppi, ho iniziato a leggere libri su alberi e piante, sull’ecologia profonda, l’etologia, la biologia, l’antropologia, l’ecopsicologia, la teoria dei sistemi, anche la fisica quantistica (divulgativa!), la filosofia e altro ancora. E la poesia. Insomma, un bel miscuglio !

Ho incontrato sguardi che mi hanno aiutato a comprendere un poco meglio le origini del nostro profondissimo legame con la natura, a volte anche attraverso l’intuito e l’arte. Un legame, quello con gli ambienti naturali, da cui negli ultimi 200 anni ci siamo sempre più allontanati fisicamente ed emotivamente a causa delle grandi trasformazioni che la rivoluzione industriale e la tecnologia hanno introdotto. E alla progressiva concentrazione della vita umana nelle grandi città. Oggi circa la metà della popolazione mondiale vive nelle agglomerazioni urbane e la tendenza prevede un’ulteriore crescita nei prossimi 10 anni per arrivare fino al 70% e oltre.

La natura per molti di noi oggi è una sorta di sfondo, una quinta scenica, un insieme di risorse da utilizzare più o meno intensivamente.

Un parco giochi.

In ogni caso appare sempre meno percepita come un tutto, una rete complessa di cui siamo parte anche noi, al pari degli altri animali, delle piante, delle rocce, di mari, laghi e fiumi, del sistema solare e delle galassie!

Questa è una fase dell’evoluzione in cui l’essere umano si percepisce come il fulcro centrale della Terra,  denominata Antropocene, un periodo nella scala geocronologica della vita sul pianeta in cui gli esseri umani esprimono un impatto “rilevante” su tutto l’ecosistema terrestre.

Senza addentrarmi su questo tema, quel che mi interessa è approfondire l’eredità, culturale ed evoluzionistica, che le migliaia di generazioni dei nostri avi umani, vissuti in ambienti naturali e selvaggi, ci hanno trasmesso: un patrimonio di cui siamo in buona parte poco consapevoli e che pure guida tanti nostri comportamenti, scelte e anche emozioni.

A questo proposito, Theodore Roszak, il “padre” dell’ecopsicologia, così definisce l’inconscio ecologico

“L’inconscio collettivo, al suo livello più profondo, racchiude l’intera intelligenza ecologica di tutte le specie, la fonte da cui è scaturita la cultura, come riflesso consapevole di una emergente mente della natura. La sopravvivenza della vita e di tutte le specie non sarebbe stata possibile senza un tale sistema di saggezza autoregolantesi. Era lì per guidare questo sviluppo attraverso tentativi ed errori, selezione ed estinzione, così come era lì nell’istante del big bang per condensare i primi lampi di radiazione in materia solida.

(Theodore Roszak, The Voice of the Earth – An Exploration of Ecopsychology).”

Io sono molto attratta dagli alberi e quindi il mio inconscio ecologico deve essere per qualche ragione (alcune credo di averle comprese) parecchio impastato con radici e foglie.

Ecco dunque, per tornare ai libri, che nella mia bibliografia personale ispirata alla Natura, i boschi e le foreste hanno un posto speciale.

Mi interessano gli aspetti scientifici e biologici, almeno i principali, di come gli alberi prosperano e affrontano le sfide ecologiche (ah… tornassi indietro nel tempo mi iscriverei a Scienze Forestali).

E poi, anzi di più, il legame sociale, culturale, affettivo, anche spirituale che il genere umano ha intrecciato con il popolo silenzioso delle creature radicanti.

Mi piace tanto contemplare gli alberi e scambiare dialoghi “sottili” con questi interlocutori silenti. Altrettanto mi affascina comprendere meglio la relazione ricchissima, complessa e archetipica che unisce alberi ed esseri umani. Per soddisfare una mia curiosità e penso anche per conoscere me stessa un po’ meglio.

Ho scelto quindi, tra i molti letti finora, cinque titoli in cui gli alberi sono protagonisti. Per varie ragioni mi hanno conquistato e li segnalo volentieri a chi dovesse inciampare tra queste righe. Mi sembra anche che ci sia un filo, anzi una radice, anzi molte radici, che li collega nel micelio della mia immaginazione.

Ne scriverò seguendo l’ordine cronologico con cui li ho letti, dunque non una classifica, per me sono tutti libri importanti che mi hanno aiutano ad ampliare lo sguardo.

Inizio oggi con il primo in questa mia mini bibliografia arborea.

Giona delle Sequoie

Viaggio tra i giganti rossi del nord America

di Tiziano Fratus

(Bompiani Overlook, 2019)

Tiziano Fratus è un autore che seguo e leggo da tempo, anzi credo di poter dire che siano stati proprio i suoi libri a orientare la mia attenzione verso la produzione letteraria imperniata sulla Natura.

Poeta e uomo-radice, come ama definirsi, Fratus è “autore di una costellazione di opere che abbraccia poesia, narrativa, saggistica e fotografia, tutti capitoli di un vasto silvario in fieri” come recita la biografia del suo bel sito studiohomoradix.com

Cito, sempre dal suo sito sopra menzionato, un bel ritratto di Fratus:

«Una delle voci più originali del nature writing in Italia, Tiziano Fratus è anche qualcosa di più: è un poeta radicale, un cercatore d’alberi, un filosofo che pensa e trova i suoi pensieri nei boschi. La sua dendrosofia è l’augurio di una saggezza arborea in cui tutto dialoga con tutto: radici, foglie, uccelli, insetti, suoni, umori, tempo» (Serenella Iovino, Università della North Carolina Chapel Hill)

Fratus ha pubblicato diversi libri con importanti case editrici italiane e nel sito  studiohomoradix.com  (nelle note il link), ricchissimo di spunti e approfondimenti, si può trovare anche il calendario delle tante  iniziative di incontro con lettori e appassionati, molti dei quali avvengono in boschi e parchi cittadini. In uno di questi eventi boscosi ho potuto conoscere Tiziano Fratus che guidava un piccolo gruppo di “adoratori degli alberi” (di cui facevo parte anch’io) nell’esplorazione a piedi del parco della Villa Reale di Monza, accompagnata da letture e brevi meditazioni tra alberi secolari.

Giona delle Sequoie è un libro a cui sono proprio affezionata: nel 2013 ho visitato alcuni dei grandi parchi americani in cui si possono ammirare le sequoie, protagoniste del libro: nell’incontro di Fratus con queste incredibili creature ho rivissuto i momenti di autentico stupore provati dinanzi a tali creature gigantesche.

“In California ho incontrato le più vaste creature del pianeta, “cose viventi”, living things le chiamano gli americani: le sequoie. Eden verticali, alberi maestosi, antiche foreste incernierate in silenzi preistorici, cattedrali spirituali ove depositare i dubbi, le incertezze, i ricordi”.

da Giona delle Sequoie, Tiziano Fratus

Un diario di viaggio in ambienti naturali magnifici e misteriosi, ricco di riferimenti alla storia della terra americana che li ospita, la California, e alle vicende di pionieri, ecologisti ante litteram, poeti, pittori, fotografi.

Un racconto personale e intimo degli incontri dell’autore con creature arboree fuori scala, templi naturali in cui raccogliersi anche in meditazione.

Le Sequoie sono creature quasi soprannaturali per dimensioni (alcune sequoie superano i 2.000 anni di età e sono altre oltre 100 metri) e sembrano arrivare da ere geologiche passate, infatti non a caso sono chiamate anche alberi-mammut. Ad esse ci si avvicina con riguardo e ammirazione silenziosa.

Mettendosi in ascolto dell’energia magnetica che emanano e dell’ intelligenza con cui hanno attraversato migliaia di anni, incendi, piogge torrenziali, pesanti disboscamenti.

Quei tronchi possenti e quelle altezze vertiginose ci accolgono, ci parlano anche di noi stessi.

“M’immergo nel paesaggio, raggiungo i contenitori della vita, totem che uniscono la materia di cui siamo fatti, la terra e il cielo. E’ qui, mi chiedo, che si raccolgono le anime di coloro che non ci sono più? Forse l’anima di un mio avo risiede nel Grizzly Giant. O forse no. Ma alla fine è meglio credere che non credere affatto”.

dalla quarta di copertina di Giona delle Sequoie, Tiziano Fratus, Edizioni Bompiani Overlook

E’ possibile ammirare questi alberi così grandi e altissimi anche in Italia, ve ne sono diversi nei nostri parchi e arboreti.

Uno dei capitoli finali del libro riporta l’elenco degli esemplari di Sequoia più annosi del nostro paese, informazioni preziose che si possono rintracciare anche in altri libri dell’Autore che segnalo nelle note all’articolo.

Quello che qui da noi non troviamo sono interi boschi di Sequoie. Camminare tra giganti, esserne circondati, sentirsi creature lillipuziane, stare costantemente con il collo piegato all’insù per cercare di scorgerne la chioma, sapere che sono lì da migliaia di anni.

C’è una parola in inglese che sintetizza bene gli stati d’animo che si provano dinanzi a scenari naturali straordinari, nel senso di fuori dall’ordinario: awe. Rimanda al sentirsi rapiti dalla bellezza, incantati dalla maestà, sbalorditi, ma anche un poco in soggezione, sbigottiti, con un senso di timore reverenziale.

Nelle foreste di sequoie del Mariposa Grove of Giant Sequoias e del Sequoia National Forest mi sono sentita così, e le foto di quel viaggio mi ritraggono con un’espressione trasognata, incredula.

Una piccola umana felice di sostare all’ombra di giganti legnosi.

NOTE ALL’ARTICOLO

https://studiohomoradix.com/fratus/

  • Manuale del perfetto cercatore d’alberi, di Tiziano Fratus (Feltrinelli, 2017)
  • L’Italia è un bosco, di Tiziano Fratus  (Laterza, 2014)

Contemplazioni urbane

Affermare che la connessione autentica e intensa con la natura non possa avvenire in città significa sostenere la necessità di allontanarsi dai centri urbani per rinnovare la Biofilia, che è quel sentimento di attrazione e amore per la vita, innato nell’essere umano ma che ha bisogno di essere alimentato, come fosse il fuoco di un camino, e allenato.

È vero che la città è rumorosa e che ci sono innumerevoli stimoli artificiali che distolgono la nostra attenzione, lasciandoci poco spazio per sperimentare con i sensi gli elementi naturali che comunque incontriamo anche nei centri urbani.

Tuttavia, allenando il muscolo dell’attenzione possiamo vivere istanti intensi, gioiosi e vivificanti, anche nella concitazione delle vite urbane.

Sono parentesi di meraviglia che ci aiutano a ritrovare centratura, a rallentare la velocità della mente iper stimolata e a riconnetterci anche con la nostra natura. Piccole riserve di bellezza che aiutano a calmare la mente, facilitano l’ampliamento dello sguardo, a volte anche l’accesso a qualche intuizione che trova il modo di emergere alla coscienza e che sarà casomai rielaborata in seguito dalla mente pensante.

Proprio in questi giorni di fine ottobre e inizio novembre nei cieli delle città è visibile uno spettacolo naturale che è un’ottima occasione di allenamento del muscolo dell’attenzione: gli stormi di uccelli che si preparano alle migrazioni.

Gli storni, in particolare, sono affascinanti per le coreografie che mettono in scena, stupefacenti per velocità, senso di occupazione dello spazio, geometrie e per coordinazione silenziosa.

Queste coreografie sono efficacissime anche per tenere a bada i predatori, come corvi e rapaci, che puntano alla moltitudine di prede disponibili e cercano di separarle, creando scompiglio.

Eppure, gli storni si compattano e anzi vanno all’attacco, tutti insieme, il collettivo danzante diventa una creatura altra che si difende e allontana i predatori.

La forza dell’unione, l’intelligenza del gruppo.

Mi affascina osservare questo spettacolo della natura che comunica bellezza, creatività, anche astuzia.

E’ una contemplazione ipnotica, mi accorgo che su di me ha questo effetto incantatore, come se questi uccelli seguissero le note di una sinfonia muta, e infatti osservandoli da lontano nelle loro evoluzioni viene da muovere la testa ritmicamente, come quando si ascolta la musica.

La poetessa americana Mary Oliver, vincitrice del premio Pulitzer nel 1983, nelle sue creazioni poetiche ha posato lo sguardo pieno di curiosità, ammirazione e autentica passione per la natura, lasciandoci magnifici testi da scoprire e frequentare con assiduità.

Proprio qualche giorno fa ho ritrovato una poesia di Oliver dedicata agli storni, che propongo qui anzitutto in lingua originale (riferimenti all’edizione americana nelle note).

Con umiltà e consapevolezza che tradurre poesia è qualcosa che richiede profonda conoscenza dell’opera dell’autore oltre che padronanza dell’idioma e del linguaggio poetico, tutte doti che non possiedo, a parte il grande amore che ho per la poetica di Oliver, ho voluto tradurla perché mi sembra molto risonante con le riflessioni che propongo qui.

Rimando invece, per una lettura più ampia dell’opera di Mary Oliver, al volume “Primitivo Americano”, curato da Paola Loreto, uscito per i tipi di Giulio Einaudi Editore nel 2023.

Purtroppo, Oliver è poco tradotta in italiano, ma questo volume le rende finalmente giustizia ed è un piccolo tesoro da tenere sempre sul comodino per letture e riletture ricorrenti e ispiranti.

Starlings in Winter

by Mary Oliver

Chuncky and noisy,

but with stars in their black

feathers,

they spring from the telephone

wire

and instantly

they are acrobats

in the freezing wind.

And now, in the theatre of air,

they swing over buildings,

dipping and rising;

they float like one stippled star

that opens,

becomes for a moment

fragmented,

then closes again;

and you watch

and you try

but you simply can’t imagine

how the do it

with no articulated instruction,

no pause,

only the silent confirmation

that they are this notable thing,

this wheel on many parts, that

can rise and spin

over and over again,

full of gorgeous life.

Ah, world, what lessons you

prepare for us,

even in the leafless winter,

even in the ashy city.

I am thinking now

Of grief,  and of getting past it;

I feel my boots

Trying to leave the ground,

I feel my heart

pumping hard. I want

to think again of dangerous and

noble things.

I want to be light and frolicsome.

I want to be improbable

Beautiful and afraid of nothing

As though I had wings.

Storni in inverno

di Mary Oliver

(traduzione di Elena Cadelli)

Gracchianti e rumorosi,

con piccole stelle tra le nere piume,

spiccano il volo dai cavi del telefono

e d’improvviso

sono come acrobati

nel gelido vento.

Dentro il teatro d’aria,

ondeggiano sopra gli edifici,

scendono e risalgono;

fluttuano come piccola stella

che si dischiude,

si frantuma per un istante,

quindi ancora si richiude;

E tu guardi

e provi invano ad immaginare,

come facciano,

senza alcuna istruzione esplicita,

nessuna pausa,

solo la conferma muta

che sono qualcosa di così straordinario.

Una ruota di molte parti, che

si solleva e volteggia,

ancora e ancora,

traboccante di vita meravigliosa.

Oh, mondo, quante lezioni

hai in serbo per noi

anche nell’inverno immobile

anche nella città grigia.

Penso ora

alla sofferenza, a come superare la sofferenza;

sento i miei stivali

che provano a staccarsi da terra,

sento il mio cuore

battere forte. Voglio

pensare di nuovo a qualcosa di pericoloso e

nobile.

Voglio sentirmi leggera e spensierata.

Voglio essere improbabile,

bella e senza paura di nulla,

come avessi le ali.

Bibliografia e approfondimenti

La poesia “Starlings in Winter” di Mary Oliver è pubblicata in:

Owls and Other Fantasies by Mary Oliver

Beacon Press, 2006

Edizioni italiane delle opere di Mary Oliver

Mary Oliver

“Primitivo Americano”

A cura di Paola Loreto

Testo a fronte

Giulio Einaudi Editore, 2023

Per approfondimenti sugli storni e sulle loro raffinate e complesse formazioni coreografiche si veda questo articolo del National Geographic:

https://www.nationalgeographic.it/il-mistero-delle-coreografie-degli-storni

Per approfondimenti sulla Biofilia e sugli ambiti di studio, ricerca e applicazione della Psicologia ambientale e cognitiva e dell’Ecologia Affettiva:

Introduzione alla biofilia – La relazione con la Natura tra genetica e psicologia

Giuseppe Barbiero, Rita Berto

Carocci Editore, 2016

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Rigenerarsi in natura

Ogni paesaggio naturale ci “parla” una lingua che risuona con gli stati d’animo che ci abitano nei diversi momenti della nostra vita.

Contemplare e connettersi con i paesaggi naturali è come mettersi dinanzi ad uno specchio in cui possiamo cogliere aspetti di noi stessi con delicatezza e chiarezza.

Se ci poniamo in relazione dialogica con il paesaggio o il singolo elemento naturale, e lo consideriamo non tanto come uno sfondo, un contesto, un oggetto a nostra disposizione, quanto piuttosto come un interlocutore, ecco che possiamo dar vita ad una relazione.

Il punto di partenza imprescindibile per avviare questo dialogo è che dobbiamo sentirci bene, a nostro agio, con il paesaggio naturale che stiamo incontrando. Non dobbiamo, cioè, percepire alcun pericolo o minaccia. Al contrario, se ci sentiamo accolti, da quel bosco, riva di torrente, spiaggia, angolo di parco in cui ci immergiamo, sapremo cogliere sfumature preziose e arricchenti.

Lago Miserin – Valle d’Aosta

La natura ha un potere rigenerativo come dimostrato da una molteplicità di studi e ricerche: stare a contatto con la natura produce effetti benefici sulla salute fisica (ad esempio, riduzione dei livelli di cortisolo, che è l’ormone dello stress, regolarizzazione del ritmo cardiaco, del ritmo del respiro e della pressione sanguigna) e psichica (ad esempio la riduzione dei livelli elevati di stress associati ad uno stile di vita competitivo e dominato dalla tecnologia).

Il contatto con la natura, fatto con consapevolezza, con l’apertura di tutti i nostri canali sensoriali e preferibilmente in silenzio (anche se non necessariamente in solitudine) ci predispone a cogliere i molteplici dettagli che ci circondano, a percepire anche messaggi sottili, legati ad una dimensione meno razionale della percezione.

Questo atteggiamento di attenzione e ascolto si esprime verso ciò che è fuori (eco) e naturalmente poi anche verso ciò che è dentro (psiche) di noi.

la Valle di Champorcher in autunno – Valle d’Aosta

È possibile ritrovare, con l’esperienza diretta sensoriale, corporea, emotiva e consapevole, il senso di appartenenza alla famiglia terrestre, ed è grazie a questa ritrovata consapevolezza di appartenenza che:

  • ci sentiamo spinti ad agire per preservare la nostra “casa”, il nostro meraviglioso pianeta Terra
  • sperimentiamo una nuova motivazione a cambiare il nostro modo di vivere le relazioni con i paesaggi in cui viviamo
  • cominciamo a domandarci che cosa possiamo fare, in che modo possiamo mettere a disposizione i nostri talenti (eh sì, proprio quelli!) per migliorare la qualità della relazione con noi stessi, in primis, e poi con l’altro: i nostri simili Sapiens, i nostri simili animali, il mondo vegetale e tutti gli elementi naturali con cui entriamo in contatto.
  • diventa via via più chiaro che conoscere, rispettare, preservare e amare la natura significa proteggere noi stessi, amarci, vivere con maggiore intensità e sentirci parte di una comunità vivente ampia e diversificata.
Il mio luogo del cuore

Proprio con questo spirito, questa estate 2025 ho accettato di collaborare con l’ideatrice di un progetto di valorizzazione di un angolo di Valle d’Aosta a cui sono molto legata, la Valle di Champorcher. L’iniziativa è molto ben descritta nell’interessante sito Au fil del l’eau grazie alle molte informazioni accurate su natura, storia e cultura della valle, alle immagini suggestive e ai dettagli per ognuna delle tappe del percorso che parte dal centro abitato di Pontboset e arriva a Champorcher.

La home page del sito presenta con chiarezza gli intenti del progetto:

“Questo sentiero non è solo un percorso tra villaggi, boschi e torrenti. È un invito a rallentare, ad ascoltare il paesaggio e ciò che risveglia dentro di noi.

Come l’acqua, anche la vita in montagna segue vie silenziose ma tenaci:
si adatta, scava, connette.

Seguendo Au fil de l’eau, scoprirete come le comunità di Pontboset e Champorcher abbiano imparato a vivere in dialogo con la Natura, tra la fatica del quotidiano e la bellezza della contemplazione. Ogni tappa racconta una necessità umana: abitare, nutrirsi, proteggersi, credere, ricordare, custodire.”

Sono felice e grata di aver dato il mio contributo alla ideazione degli “inviti” ad esplorare ogni tappa del percorso Au fil de l’eau con attenzione, occhi nuovi, consapevolezza e la gioia che ogni incontro bello può donarci.

Un modo per me per ringraziare un luogo naturale a cui sono molto legata e che amo profondamente.

I consigli di lettura dell’Albero Maestro

Michael J. Cohen, Ed. D

Reconnecting with nature

Finding wellness through restoring your bond with the Earth

Ecopress Corvallis, Oregon (1997)

Marcella Danon

Clorofillati. Ritornare alla Natura e rigenerarsi

Urra Feltrinelli (2019)

Yoshifumi Miyazaki

Shinrin-yoku.

La teoria giapponese del bagno di foresta per ritrovare il proprio equilibrio

Gribaudo (2018)

Science proves what we all know: Nature is Good for your Health!

Is Nature the Prescription for Better Mental Health?

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Viaggio nell’inverno del Nord

Dopo la pausa forzata di questi ultimi anni, nella scelta della destinazione del primo “vero” viaggio del 2023 ho seguito la mia attrazione per la Natura, gli spazi ampi, il silenzio.

Alcuni viaggi fatti in passato, insieme a letture più recenti (soprattutto lo scrittore paesaggista americano Barry Lopez di cui ho già parlato in un precedente articolo), hanno fatto ruotare la bussola verso il Nord del nostro continente. Oltre il parallelo che delimita il Circolo Polare Artico, nella regione della Lapponia Finlandese, più precisamente sul lago Inari, terra del popolo Sàmi (o Sampi).

“Per gli esseri umani, vivere nel nord significa incontrare il mondo invisibile e confrontarsi con la consapevolezza profonda di non poter controllare la natura e la vita.

Per questo le persone cercano spazi che li aiutino a connettersi con l’inesplicabile e l’assenza di parole.

Anche nella loro vita di tutti i giorni.

Per i Sàmi, i paesaggi, i luoghi, hanno sempre avuto i loro spazi sacri, ad esempio l’isola di Ukonsaari all’interno del lago Inarijarvi”.

Queste parole, che ho ricopiato da un pannello posto nel bellissimo museo di Inari e dedicato alla cultura Sami (Siida – Sami Museum / Nature Centre) esprimono molto bene alcune delle riflessioni che ho fatto durante e dopo il viaggio.

Le temperature estreme, le condizioni di vita difficili, la poca luce delle giornate invernali, tutto riconduce all’essenzialità e alla conservazione delle energie.

Per i Sàmi, presenti nelle terre artiche del nord Europa dall’età del ferro, dediti al nomadismo fino ai primi del ‘900, vivere a queste latitudini ha significato sviluppare una cultura tenace, ingegnosa, pratica, in profonda sintonia con l’ambiente.

I Sàmi sono una minoranza presente nei territori di 4 paesi (Russia, Finlandia, Norvegia e Svezia), l’unica popolazione che è stata riconosciuta come un popolo indigeno dall’unione europea (proprio a Inari c’è  anche il Parlamento Sàmi).

Le origini, il linguaggio e cultura Sàmi sono radicate nella relazione tra le comunità umane e la natura (la terra, le acque, le foreste, gli animali) in una visione del mondo spirituale di tipo animista. Molti gli  animali sacri ai Sàmi: le renne, gli orsi, i lupi.

Nella cosmogonia Sàmi gli sciamani, grazie al suono dei loro tamburi, mettevano in connessione i “mondi” (le dimensione terrena con quella della terra e del cielo) facendosi messaggeri e tramite tra le dimensioni invisibili della realtà e quelle visibili

“Qui 
al cielo blu
alla breve estate
gli uccelli cantano
il Sami
con il vento in faccia”

(Nils-Aslak Valkeapaa)

E’ affascinante questo fortissimo legame dei Sàmi con la terra, i luoghi, la natura, a dispetto della durezza del clima, almeno ai nostri occhi di cittadini abituati ad ogni tipo di comfort.

Eppure, in quel clima aspro e impegnativo vi è tanta bellezza custodita nella memoria delle generazioni di uomini e donne che hanno saputo trovare spazio di vita in una terra coperta dalla neve nella più parte dei mesi.

Ciò che agli occhi di uno straniero può apparire solo come un paesaggio naturale magari anche selvaggio e affascinante, è per i locali Sàmi un paesaggio culturale vivente.

Esso rappresenta la memoria di moltissime generazioni.

I Sàmi oggi conducono le loro vite tra le comodità moderne, eppure io ho percepito anche tra le generazioni più giovani l’amore per la storia e la cultura di questo popolo antico, insieme al desiderio di celebrare le tradizioni, il rispetto e l’amore per la natura.

Il pannello all’ingresso del museo Sàmi dice ancora sui luoghi:

(….)

L’importanza dei luoghi e dei nomi dei luoghi

Il nome di un luogo è un segno di vita, un pezzo di storia.

Il nome non è nulla di speciale in sé

qualcuno ha battezzato la baia e le sue spiagge sabbiose

ma è così che si dà il nome ad una persona

un padre dà il nome a sua figlia

una madre a suo figlio

questi luoghi sono più vecchi

di qualsiasi altra persona

queste terre sono i nostri figli

(Matti Morottaja)

Aurora Boreale

Una delle ragioni per cui desideravo visitare il Nord nella stagione invernale era ammirare l’aurora boreale.

Un sogno che si è avverato perché quasi ogni sera abbiamo potuto assistere allo spettacolo fantasmagorico dell’aurora, e un giorno soprattutto, guidati da un “cacciatore” di aurore abbiamo potuto ammirare uno degli spettacoli più intesi di quelle settimane, confermato anche dai locali.

Cos’è l’Aurora Boreale?

Rinviando ad approfondimenti su siti specializzati, qui di seguito in breve.

Gli elettroni solari sono distribuiti nello spazio in forma di vento solare. Quando raggiungono la parte più alta dell’atmosfera terrestre, gli elettroni interagiscono con gli atomi di ossigeno e nitrogeno all’altezza di circa 100 km, creando l’Aurora Boreale che vediamo sulla Terra.

Le sfumature di colore rosso e verde si formano allorché gli elettroni del sole collidono con gli atomi dell’ossigeno, mentre i colori viola e blu dell’aurora si creano nella collisione tra gli elettroni del sole e gli atomi di nitrogeno.

Il campo magnetico della terra indirizza i venti solari verso un’area, detta aurorale, vicina alle regioni magnetiche polari.

da un pannello del museo di Inari della Cultura Sàmi

Alla spiegazione scientifica, che è già di per sè affascinante, mi piace affiancare anche la versione mitica (una fra le molte) della leggenda Sàmi sull’Aurora.

Secondo un antico mito Sami, a creare l’Aurora Boreale sarebbe una volpe che, correndo velocemente sulle alture artiche, colora il cielo con le scintille che scaturiscono dal contatto tra la sua coda e la fitta coltre di neve.

fonte web

E per finire, l’esperienza di questo viaggio per me, ma credo anche per i miei compagni, si è sviluppata su più piani.

E’ stata un’esplorazione sensoriale ed emozionale.

I colori

Su tutti,  il bianco: che calma, svuota la mente, amplia lo sguardo. Fa vuoto.

Il violetto delle infinite albe, l’arancione pallido dei lunghi tramonti.

Il buio, profondo, siderale, delle notti stellate.

Il verde psichedelico e ultraterreno dell’aurora boreale.

Le sensazioni del corpo

Lo scricchiolio perenne della neve sotto i piedi mentre cammini.

Il freddo secco e pungente dell’aria che entra nel naso.

Le mani che diventano presto semi congelate appena togli i guanti.

Il calore del fuoco acceso che fa nuovamente scorrere il sangue nelle vene.

L’odore del muschio e della corteccia di betulla.

Le emozioni emerse

Stupore

Gioia

Incredulità

Eccitazione

Gratitudine

I pensieri, il lavorio mentale, la traduzione in parole di quanto esperito, lassù mi venivano difficili. Mi sembrava di non trovare alfabeti per spiegare, e per la verità non ne sentivo il bisogno impellente.

La mente pensante leggera, e se pure c’era qualcosa che richiedesse una elaborazione più complessa, esaurivo velocemente il compito. Era più urgente tornare alla contemplazione. All’immersione nel bianco e nel violetto del crepuscolo. Alla carezza leggera del lichene. Al fuoco nella tenda.

Un’esperienza di purificazione che si è manifestata soprattutto di notte.

Ne parlavamo la mattina riuniti a colazione prima di uscire con i compagni di viaggio: le notti sono state spesso accompagnate da molti sogni, alcuni anche ricchissimi di significati attinenti a fasi cruciali della vita vissuta. In altri casi sonni agitati, notti insonni.

Gli spazi ampi, il bianco ovunque, il freddo hanno forse fatto vuoto nelle menti  lasciando spazio all’inconscio che si è potuto manifestare.

Per andare verso l’ignoto, come titola la canzone Dovdameahttumii dell’artista Sàmi Ingá-Máret Gaup-Juuso.

Dovdameahttumii (Verso l’ignoto, nella traduzione di Jani Saunamäki dal Sàmi al finlandese tuntemattomaan).

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Estratto in tre parole

Fra pochi giorni sarà Natale e presto ci tufferemo nel nuovo anno.

E’ stato un anno di grande intensità questo 2022 per gli accadimenti, gli incontri, i distacchi, le emozioni, le scoperte.

Provo gratitudine, un senso di sorellanza e fratellanza, una tenerezza così intensa che quando ci penso mi commuovo.

Non mi sono sentita sola anche nei momenti faticosi, e qualcuno ce n’è stato.

Sono fiduciosa, nonostante i tempi e la navigazione di mari in burrasca.

Ho incontrato tante persone curiose, vitali, accoglienti, sorridenti, con sguardi immensi, ansiose di danzare con la vita, aperte all’incontro, con una voglia umanissima di specchiarsi negli occhi degli altri, di ascoltare, commuoversi, imparare e disimparare, fare scoperte.

Ho letto libri bellissimi, poesie necessarie, accarezzato cortecce di alberi favolosi.

Ora è tutto impastato, mescolato, intrecciato: affiderò all’inverno questo humus insieme ai semi del mio nuovo in attesa delle future trasformazioni.

Se mi si dovesse chiedere quali sono le tre parole che meglio rappresentano questo 2022 sceglierei, e scelgo:

STUPORE

FIDUCIA

SOSTARE

Ma più di tutto mi affido, e ti affido, alle parole di Mariangela Gualtieri.

LA CURA

Adesso è forse il tempo della cura.

Dell’aver cura di noi, di dire

noi. Un molto largo pronome

in cui tenere insieme i vivi,

tutti: quelli che hanno occhi, quelli

che hanno ali, quelli con le radici

e con le foglie, quelli dentro i mari,

e poi tutta l’acqua, averla cara, e l’aria

e più di tutto lei, la feconda, la misteriosa terra.

È lì che finiremo.

Ci impasteremo insieme a tutti quelli

che sono stati prima. Terra saremo.

Guarda lì dove dialoga col cielo

con che sapienza e cura cresce un bosco.

Mariangela Gualtieri

E al pianoforte e alla voce di Hania Rani, una scoperta musicale recente per me.

A presto ci rivediamo nei boschi! Buon 2023!

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Il paesaggio tra selvaticità e immaginazione

Quando trascorro del tempo immersa in paesaggi naturali mi accorgo che la mia immaginazione si risveglia, ho l’impressione che il flusso di pensieri si faccia più largo e risulti più semplice considerare soluzioni nuove.

L’insieme di studi e ricerche riguardanti gli effetti che il tempo trascorso in natura produce sul nostro corpo e sulla psiche è poderoso, alcuni di essi si soffermano proprio sulla relazione tra la creatività e l’esperienza di contatto con la natura.

Un recente articolo pubblicato sul magazine Allos Australia della dottoressa Delia McCabe, dal titolo “The Neuroscience of Nature: How time Outdoors Benefits your Brain” (Le neuroscienze della natura: come il tempo trascorso in natura produce benefici per il tuo cervello), si è soffermato tra gli altri proprio su questo aspetto.

Nel nostro cervello esistono diverse reti neurali che svolgono una varietà di funzioni. Una di queste reti è la “rete in modalità predefinita”, più conosciuta con l’acronimo inglese di DMN (Default Mode Network).        

Il DMN è definito come una rete di regioni cerebrali interconnesse che si innescano quando non siamo attivamente concentrati su qualcosa.

Quando siamo immersi in natura la nostra attenzione sperimenta un effetto denominato “soft focus”.

In particolare, le molte informazioni visive presenti in natura stimolano le capacità di percezione del nostro sistema cognitivo. Circa un terzo dei neuroni della nostra corteccia è dedicato alla percezione visiva. Eppure, anziché esserne affaticati, gli stimoli visivi extra che percepiamo in ambienti naturali sono ciò che il nostro cervello preferisce rispetto ad ambienti che possono sembrare più ordinati ma molto meno attraenti (in particolare gli ambienti artificiali). 

I ricercatori hanno studiato come ci sentiamo quando siamo in natura e utilizzano l’espressione “fluidità percettiva” per descrivere come la natura ci faccia sentire. Sembra che stare in natura offra al nostro cervello una pausa e stimoli in noi emozioni positive in quanto riusciamo ad assorbire informazioni senza sforzo mentale.

Curve naturali, poche linee rette, una miriade di sfumature e colori, accompagnati da diversi tipi di luce e suoni, vengono letti come più coerenti dal nostro sistema percettivo rispetto ad ambienti artificiali.

Questa “fluidità percettiva” e uno stato di attenzione “rilassata” attivano il DMN e i ricercatori ipotizzano che ciò consenta al cervello di associare liberamente aspetti dell’ambiente con i nostri pensieri, idee e ricordi. Lo stato mentale di attenzione “rilassata” può favorire la creatività perché il nostro cervello diventa aperto a connessioni e associazioni che non cogliamo quando siamo attivamente concentrati su qualcosa.

Del resto a quanti di noi è capitato: se abbiamo un problema da risolvere pensarci ostinatamente non sempre ci aiuta a trovare una soluzione, al contrario di una passeggiata in mezzo alla natura che sembra avere l’effetto di rigenerare le nostre idee. Ho letto per esempio che alcune delle intuizioni più rivoluzionare dei fisici quantistici di inizio ‘900 sono proprio avvenute così, con una passeggiata in riva al mare o in un bosco.

Le ricerche su questi temi rappresentano una base scientifica fondamentale per lo sviluppo dei percorsi di Ecopsicologia. Se hai il desiderio di approfondire alla fine dell’articolo troverai alcuni riferimenti bibliografici, oltre al link all’articolo di “Allos Australia” già citato.

La psicologia ambientale e le neuroscienze si interrogano da tempo sui meccanismi neuronali e fisiologici che il trascorrere tempo in natura attiva in termini di cambiamenti delle percezioni, degli stati d’animo, dei pensieri e anche dei comportamenti.

Ma altrettanto affascinante per me è prestare ascolto anche ad una dimensione più profonda, personale, affettiva della relazione con la natura.

Barry Lopez, considerato come il più grande scrittore americano di paesaggi, nel libro “Una geografia profonda” (Galaand Edizioni) scrive:

“A un livello inespresso, l’intimità con la Terra fisica sembra risvegliare in noi  una conoscenza atavica dei legami emotivi, oltre che di quelli biologici, con i paesaggi materiali. Sulla base delle mie ricerche, credo che gli esseri umani sperimentino regolarmente questa connessione primitiva come un piacere diffuso e ineffabile (…)”.

E ancora: “Non è difficile immaginare che un tempo ognuno di noi provasse un fondamentale senso di benessere che sgorgava direttamente dall’intimità, dallo scambio continuo con la profondità nascosta nei luoghi che occupavamo”.

Davide Sapienza, il traduttore e curatore del libro, scrive della post fazione “la domanda centrale di tutti i lavori di Lopez risuona ancora più cristallina, lucida, potente e rimane sempre la stessa: che effetto ha il cambiamento del landscape (il paesaggio) sull’immaginazione dell’uomo, sulla sua cultura?”.

Barry Lopez afferma di essere più preoccupato del destino della nostra immaginazione che di quello biologico della specie umana. Per Davide Sapienza “Lopez tocca il punto nevralgico dell’intoppo che viviamo in questa epoca. E’ qui il fondamento tra paesaggio esteriore e paesaggio interiore, quel confine sottile dove risiede l’unicità di ogni creatura che rischia di andare perduta”.

L’intimità con i paesaggi che abitiamo è una questione centrale per l’uomo e per la ricchezza dell’esperienza umana. Un’intimità che è fatta di conoscenza, di osservazione, di ascolto, anche di assenza di pregiudizio, in fondo un atteggiamento non tanto differente da quello che esperiamo (o ambiamo ad esperire) nelle relazioni con altre persone. Entrare in intimità e dialogo con i paesaggi naturali, inclusi gli animali e le comunità umane che li abitano, per sentirci più interi, vivi, unici.

E a proposito di animali in un prossimo articolo mi ripropongo di riparlarne con lo sguardo dell’Ecopsicologia, nel frattempo ti consiglio di ascoltare un podcast appassionante che ho incontrato di recente, credo non per caso: “Nelle tracce del Lupo” di Davide Sapienza e Lorenzo Pavolini, con musiche originali di Francesco Garolfi, disponibile sulla piattaforma Rai Play Sound (link alla fine dell’articolo).

Il protagonista del podcast è un animale mitico, una creatura che ha esercitato ed esercita su noi umani attrazione, fascino, timore, un animale “totem” il cui incontro immaginario può farci contattare la nostra selvaticità. Un podcast avvincente, accompagnato dalle voci di chi conosce il lupo, lo ha incontrato, lo studia, lo osserva, divide lo spazio di vita con questo animale affascinante, sfuggente, misterioso e divisivo.

Un animale, il lupo, che popola la nostra immaginazione dalla notte dei tempi, e ispira le parole dei poeti. 

Lo

senti il lupo

che (di)segna le

distanze del mondo,

il geometra selvatico, là,

intorno, semina le sue mille

orecchie a segnavia per coloro

che tra una, due o tre generazioni

torneranno qui, sotto lo stesso sole,

sotto le stesse nuvole in cammino,

rispondendo all’istinto, alla fame

incolmabile di spazi. Lo senti il

lupo che divora le sue cento

code raspose, omaggio ai

cacciatori di diavoli che

la notte affrescano

inferni sulle pareti

delle cappelle diroccate,

ai margini del bosco, dove

credono che Dio si sia ridotto

a crescere sottoforma di radice

di sambuco. Lo senti il lupo

che ti vede coi suoi occhi

macchiati di sangue, sa

che esci e inginocchi,

che mangi foglie e

posi le mani sul

grembo ferito

della madre

Terr

a

La poesia, o natura miniata come la definisce l’autore, si intitola “Lo senti il lupo” ed è di Tiziano Fratus, cercatore di alberi monumentali, scrittore e poeta, pubblicata nel libro “Sutra degli alberi” (Edizioni Piano B).

E tu, cosa diresti al lupo se lo incontrassi, cosa rappresenta per te, per la tua immaginazione, per la tua idea di Natura, il lupo?

Bibliografia

Giuseppe Barbiero e Rita Berto, “Introduzione alla biofilia. La relazione con la natura tra genetica e psicologia” – Carocci Editore

https://www.allos.com.au/mental-health/neuroscience-nature-outdoors-benefits-brain/

Tiziano Fratus, “Sutra degli Alberi” – Edizioni Piano B

Barry Lopez, “Una geografia profonda – Scritti sulla Terra e l’Immaginazione” – Galaand Edizioni

Davide Sapienza, Lorenzo Pavolini “Nelle tracce del Lupo” podcast https://www.raiplaysound.it/programmi/nelletraccedellupo

Il paesaggio tra selvaticità e immaginazione

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

“La via più chiara per penetrare nell’universo passa per l’intrico di una foresta” (John Muir)

Parco Nazionale dello Yosemite (California -USA)

John Muir conosceva molto bene l’intrico delle foreste!

Scoprire la sua biografia significa partire per un’avventura affascinante nel cuore della Natura selvaggia.

Esploratore, botanico, filosofo, alpinista, geologo, scrittore, attivista politico, esponente del movimento filosofico e poetico trascendentalista americano, nasce in Scozia nel 1838 per emigrare con la famiglia da bambino nel Wisconsin.

Tra i primi non nativi a scalare le magnifiche pareti di granito della Yosemite Valley in California, ha esplorato quelle montagne in lungo e in largo, per lo più in solitudine, poi come “guida” a chi come lui desiderava incontrare la natura selvaggia: scalatori, fotografi e pittori.

Sentiva un amore così grande per la wilderness che, in una fase più matura della sua vita, diede vita ad una delle prime forme di ambientalismo della storia moderna.

Grazie a Muir e al Sierra Club, la più antica e grande organizzazione ambientalista degli Stati Uniti, da lui fondata nel 1892 e tuttora esistente, fu affermata la necessità di preservare allo stato selvaggio, almeno per una quota rilevante della superficie, vaste aree naturali del territorio nord americano.

Muir dunque si mise in gioco personalmente per mobilitare opinione pubblica e autorità politiche affinché le aree naturali, in primis quelle che lui conosceva così bene e amava, venissero preservate dagli impatti rilevanti della presenza di alcune attività umane (per esempio il disboscamento e le opere per la costruzione di dighe).

E’ passato allo storia il suo invito all’allora presidente T. Roosevelt a trascorrere tre giorni accampato con lui in tenda, nel 1903, proprio nello Yosemite, tra abeti Douglas, Sequoie e torrenti: più che con le parole, deve aver pensato allora Muir, occorreva far passare attraverso l’esperienza diretta l’incanto, la maestosità, la meraviglia dello spettacolo della natura e della necessità di proteggere e tutelare aree così ricche di biodiversità e bellezza.

E fu proprio grazie a questa iniziativa eclatante che la Yosemite Valley divenne ufficialmente uno dei primi parchi nazionali statunitensi sotto la diretta giurisdizione dello Stato federale.

Ad oggi, l’89% di questo territorio magnifico è ritenuto essere allo stato selvaggio.

Sequoie nel Parco dello Yosemite

Lo sguardo curioso, il desiderio di esplorare luoghi selvaggi mettendosi in ascolto di ogni suono, riconoscere che il vento non soffia sempre uguale, osservare ogni pietra incontrata sul cammino, ammirare gli  animali con l’innocenza degli occhi di un bambino unita al desiderio di mettersi in relazione rispettosa e gioiosa con altre forme di vita, tutta la vita di John Muir per me è di grande ispirazione.

Mi sono emozionata a leggere le testimonianze nei diari che ci ha lasciato: racconti di esperienze memorabili sulle montagne dello Yosemite, avventurose e spirituali al tempo stesso.

Ho vissuto insieme a lui le giornate trascorse sulle pareti di granito, nei boschi di pini e sequoie, sulle rive dei ruscelli, in cima ad un abete per capire cosa significa davvero per un albero stare in mezzo ad una tempesta di vento!

“Ogni cosa sembrava forte e a suo agio, come se si stesse davvero godendo la tempesta, come se volesse rispondere ai suoi saluti più entusiastici.
Si sente molto parlare, in questi tempi, della lotta universale per l’esistenza – ma nessuna lotta, nel senso letterale del termine, si stava verificando qui. Nessuna presa di coscienza del pericolo da parte degli alberi, nessuna supplica – ma una lietezza invincibile, tanto lontana dal giubilo quanto dalla paura “
John Muir  

Andare in montagna è tornare a casa
Saggi sulla natura selvaggia

(Edizioni piano B)

Quanta pace, e letizia anche, si sente nascere nel cuore ascoltando la voce del vento che ora accarezza, ora scuote le cime delle conifere. E’ una voce che parla anche a noi, al nostro cuore, ci rischiara la mente, ci scompiglia i capelli come se fossero rami ondeggianti di un larice.

Si, aveva ragione John Muir: andare in montagna è tornare a casa.

Vento tra i larici nel bosco di Champorcher