Ritorno alla natura del grande Nord, le isole Lofoten

Isola di Sakrisøja – Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

L’estate del 2026 ha finalmente riportato la bussola dei miei viaggi in direzione Nord.

Precedenti viaggi nella Lapponia Finlandese e Islanda avevano lasciato in me il desiderio di tornare nelle terre a nord del Circolo Polare Artico: la Norvegia aveva tutti i requisiti per diventare la prossima meta di viaggio.

L’arcipelago delle Lofoten, che si trova nel nord ovest della Norvegia ed è interamente oltre il Circolo Polare, esercitava una forte attrazione su Stefano, che le aveva sfiorate brevemente in un precedente viaggio di molti anni prima. Quanto a me ero sicura fosse un ottimo punto di partenza per fare conoscenza con la terra dei Vichinghi.

Isole molto note per la bellezza della natura, le Lofoten vengono spesso inserite come tappa dei viaggi in Norvegia, che ha in effetti tanto da offrire. Noi invece volevamo avere tempo sufficiente per esplorare quanti più angoli possibili dell’arcipelago e per muoverci ad un ritmo lento, concedendoci molte pause. Anche per assorbire, almeno in piccola parte, lo spirito del luogo.

Per spostarci abbiamo affittato un’auto elettrica (costa meno rispetto alle auto alimentate con idrocarburi) arrivati all’aeroporto di Narvik, ben collegato con voli da Milano e in buona posizione per raggiungere le Lofoten in auto. Il tracciato della magnifica strada panoramica A10 collega il nord est dell’arcipelago con le sue propaggini più meridionali, fino al villaggio di Å, dove si interrompe. 

Poco meno di 300 km che attraversano una natura maestosa e commovente. 

Per esplorare la parte più settentrionale delle Lofoten abbiamo scelto come base Henningsvaer, affascinante villaggio con porticciolo sulla costa dell’isola di Austvägøja.

Henningsvaer – Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

La seconda settimana ci siamo invece spostati a sud, sull’ isolotto di Sakrisøja, vicinissimo alla più grande isola di Moskenesøya e al famoso centro abitato di Reine.

Le isole principali sono collegate tra loro da ponti sinuosi che attraversano i fiordi. Non mancano lunghi tunnel che, in un paio di casi, scendono sotto il livello del mare.

Isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

La strada si snoda tra fiordi, montagne maestose, laghi azzurri e verdi, spiagge spettacolari, piccoli porti e villaggi di pescatori.

Quello che segue non è un diario di viaggio quanto piuttosto una breve e parziale testimonianza di emozioni e ricordi che mi sono riportata a casa. Le immagini sono una parte essenziale del racconto: nella scelta di quali foto riportare qui, ho compreso una volta di più che i miei occhi avevano registrato una bellezza difficile da descrivere.

Fiordo delle isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

L’estate artica e il sole di mezzanotte

L’idea di non veder mai tramontare il sole durante il soggiorno alle Lofoten mi intrigava: come avrebbero reagito corpo e mente alla luce perenne? Siamo arrivati il 25 giugno, qualche giorno dopo il solstizio, quando a quelle latitudini il sole non scende mai sotto l’orizzonte. Di notte c’è proprio luce piena, solo un poco più sfumata ma, insomma, è come fosse pieno giorno, e fa un certo effetto.

Eppure, ho dormito sempre molto bene (grazie anche alle tende oscuranti di cui sono provviste le camere da letto). Per gli insonni è una destinazione di viaggio estiva ideale: anziché rigirarsi nel letto e contare le pecore c’è un supplemento di ore per gironzolare. Senza fare rumore però, che i più riposano.

Una cosa mi è mancata, e l’ho capito meglio al rientro a casa: la luna nel cielo buio.

Certo, la luna è sempre lì, eppure con tutta quella luce è molto più difficile scorgerla.

Sole di mezzanotte ad Henningsvaer – Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Le montagne delle Lofoten

Le Lofoten sono un susseguirsi di montagne a perdita d’occhio. Ovunque si volga lo sguardo si incontrano picchi rocciosi. Bisogna spingersi verso le estremità più meridionali dell’arcipelago per contemplare un’ampia porzione di orizzonte verso sud in cui si scorga solo il mare.

Ciò che colpisce non sono tanto le altezze, il picco più alto dell’arcipelago, l’Higravstinden, misura 1161 metri sul livello del mare.

La bellezza di queste montagne per me è che sono sempre molto vicine rispetto ad ogni punto di osservazione. Cime aguzze che emergono direttamente dall’oceano, picchi di roccia grigia che sovrastano i fiordi e i villaggi. Per chi ama l’alpinismo, sono spettacolari da scalare (e impegnative anche nei sentieri più turistici, almeno per me).

Spiaggia di Bunes – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Dal punto di vista geologico questa è una delle aree più antiche dell’Europa e risale a 2 – 3 miliardi di anni fa. Il substrato roccioso dell’arcipelago è tra più vetusti del nostro meraviglioso Pianeta Terra, che ha circa 4,5 miliardi di anni.

Verso il Nusfjord – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Mentre ammiravo le montagne o camminavo sulle rocce delle scogliere e di qualche sentiero mi è capitato di sentire un’emozione profonda e calma, una specie di saggezza, di sacralità emanata da rocce così antiche.

Istanti di grazia che le Lofoten mi hanno donato.

L’acqua

Alle Lofoten l’acqua è ovunque. Le isole principali dell’arcipelago sono 5, tutte collegate da ponti e tunnel, altre 3 sono invece raggiungibili solo via mare. A queste 8 principali si aggiungono poi molti altri isolotti più piccoli, per lo più disabitati.

Isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Sulla costa delle isole si aprono innumerevoli fiordi, incisioni profonde che si allungano anche per chilometri tra le montagne maestose. L’origine dei fiordi risale alle ere glaciali. Enormi masse di ghiaccio in movimento hanno eroso lentamente la roccia e le profonde fenditure così createsi furono poi invase dall’acqua di mare.

I fiordi sono alimentati anche dall’acqua dolce di fiumi e laghi in quota che si tuffano a precipizio verso valle, dando origine a cascate spettacolari.

In navigazione verso il Trollfjord – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Uno scenario naturale che mi ha lasciato senza parole, di una bellezza primordiale.

Come pure assai affascinante è osservare le incessanti correnti che si muovono tra le acque dei fiordi.

Un degli alloggi in cui abbiamo soggiornato, una rorbu (così si chiamano le casette di legno colorate, originariamente utilizzate dai pescatori, oggi per lo più trasformate in sistemazioni turistiche) affacciava sull’ingresso di un fiordo profondo.

Le finestre davano sul fronte acqua, e quando ero in casa (notti artiche comprese) mi incantavo a contemplare quella distesa liquida di colori e moti sempre diversi. A volte perfettamente immobile, verdissima e così trasparente da distinguere benissimo ogni riccio, pesce o alga. Qualche ora più tardi invece, l’acqua si faceva increspata, misteriosa, di un blu intenso, agitata da correnti che ora andavano verso il mare, ora verso l’ingresso del fiordo, ora in ogni direzione. Uno spettacolo ipnotico, profondamente rilassante.

Isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Del resto, le correnti dei mari delle Lofoten sono famose per il fenomeno del Moskstraumen, più noto come Maelström.

Si tratta di uno dei sistemi di vortici di maree più forti al mondo, visibile non lontano dalle coste delle isole delle Lofoten più meridionali. Oggi ben noti e studiati, nei secoli scorsi i numerosi naufragi provocati dai vortici hanno alimentato leggende affascinanti, tra cui quella del Kraken.

Scultura dedicata al Kraken – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Si attribuiva a questa misteriosa creatura degli abissi, il calamaro gigante o Kraken, la responsabilità delle sciagure marine. Alcuni celebri racconti di Jules Verne (Ventimila leghe sotto i mari, pubblicato tra il 1869 e il 1870) e E.A. Poe (Una discesa nel Maelström, pubblicato nel 1841) sono ispirati a queste leggende.

Eppure, il Kraken è una creatura per cui si può provare anche simpatia, ad esempio dopo la lettura del “Il calamaro gigante” di Fabio Genovesi. Un gigante dei mari per niente cattivo che in realtà ci evita volentieri, vive in fondali profondissimi e meravigliosi ed è per questo che è così difficile vederlo.

Rorbu – Isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Törrfisk (Stoccafisso)

C’è un legame che unisce Norvegia e Italia da quasi sei secoli: il merluzzo.

Nel 1431 il mercante veneziano Pietro Querini si imbarcò per uno dei suoi viaggi commerciali, destinazione Fiandre. La traversata fu funestata da tempeste e incidenti che costrinsero l’equipaggio ad abbandonare la nave e cercare salvezza sulle scialuppe. Dopo molti giorni alla deriva, la lancia sui cui era imbarcato Querini, trascinata dalle correnti, finalmente toccò terra a Röst, una delle isole più a sud delle Lofoten.

Tratto in salvo, vi rimase per 4 mesi durante la stagione invernale, e conobbe l’ospitalità generosa dei pescatori delle Lofoten e delle loro famiglie.

Querini era senz’altro un uomo molto intelligente, curioso e immagino dotato di un grande intuito commerciale.

Scoprì che i mari delle Lofoten (grazie alla corrente del Golfo che riscalda l’oceano artico) sono eccezionalmente pescosi. Non solo, sempre grazie alla corrente del Golfo, l’inverno nei mari artici non è rigido come si potrebbe immaginare, a malapena la temperatura scende sotto lo zero. E i pescatori avevano saputo approfittarne per la conservazione dei merluzzi tramite processo di essicazione all’aperto, su impalcature di legno. Una tecnica così efficace che è tuttora utilizzata dai pescatori delle Lofoten.

Isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Tornato a Venezia, Querini diede l’avvio ad un commercio che nei secoli è diventato una risorsa economica rilevante per la Norvegia: l’Italia importa il circa il 90% dello stoccafisso norvegese.

Querini è ricordato con affetto alle Lofoten, nei secoli gli sono state dedicate onorificenze e perfino statue commemorative.

In Italia le sue imprese hanno ispirato libri, fumetti, spettacoli teatrali, per non parlare dei festival culinari, come la Festa del Bacalà alla Vicentina con Stoccafisso delle Lofoten Igp, che si tiene in settembre.

Nel maggio del 2026 è stato anche certificato un itinerario culturale europeo, la Via Querinissima, che ripercorre il celebre viaggio e naufragio del mercante veneziano.  

Fioriture nell’estate artica

Orchidea – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Nella breve estate artica, la vegetazione approfitta della luce perenne per esplodere di vitalità e di colori. Sono sicura che anche l’autunno e l’inverno, con le cime innevate, offrano scorci meravigliosi in queste terre polari.

Ma d’estate piante e fiori hanno 24 ore di luce al giorno per prendersi la rivincita dopo le lunghe notti dell’inverno polare. Per me, che ho un’autentica passione per i fiori, è stato entusiasmante perdermi nella tavolozza colorata dei prati e del sottobosco. Mi sono letteralmente ubriacata di bellezza e ho spesso sentito una profonda gratitudine per l’abbondanza che mi circondava. Quella sensazione di euforia un po’ infantile non mi ha ancora abbandonato.

Un altro dono ricevuto da questa terra affascinante, che mi ha ricordato che la luce è vita.

La fauna

Le Lofoten sono abitate, o visitate durante le migrazioni stagionali, da molte specie animali affascinanti e difficilmente osservabili alle nostre latitudini, ad esempio balene e orche marine.

I cetacei frequentano le coste delle isole in altri periodi dell’anno, motivo per tornare. Nelle nostre lunghe giornate abbiamo invece incontrato soprattutto tanti uccelli, che d’estate sono occupatissimi a far nascere e crescere i loro pulcini.

Dei tanti, i tre seguenti hanno colpito la mia attenzione.

L’aquila di mare coda bianca

Il rapace più grande del Nord Europa. L’abbiamo ammirata durante la navigazione verso un famoso fiordo delle Lofoten. L’imbarcazione passa a distanza di sicurezza da alcuni scogli in cui le aquile nidificano. Sono creature meravigliose, elegantissime, quasi delle divinità.

Aquila di mare coda bianca – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

La Sterna artica (o sterna codalunga)

La sterna è un uccello di taglia media, le penne di colore bianco grigio, il becco rosso vivo e il capino nero. È facilmente visibile sulle coste, dove si esibisce con picchiate spettacolari appena avvista una preda in acqua.

Due particolarità mi hanno colpito della Sterna. È l’uccello che compie la migrazione più lunga di tutte le specie. Ogni anno si sposta da un Polo all’altro viaggiando per quasi 100.000 km. Mi sembra qualcosa di portentoso.

L’altra particolarità è che sono molto territoriali durante il periodo delle cove. Va prestata una certa attenzione a non disturbarle avvicinandosi incautamente ai nidi (nidificano su coste e spiagge). Non gradiscono, possono diventare un po’ aggressive, meglio allontanarsi subito e lasciarle in pace.

Sterna artica – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Il gabbiano

Siamo così abituati a questi uccelli nelle nostre città di mare e sulle coste della nostra penisola, che quasi non facciamo più caso a loro.

Anche alle Lofoten i gabbiani sono una presenza costante e d’estate, che è la stagione della riproduzione, nidi, cove e pulcini sono visibili ovunque. Anche tetti e i cornicioni degli edifici si trasformano in nursery che abbondano di batuffolini appena nati, con il becco sempre aperto.

Isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

E così, anche noi ci siamo ritrovati ad esser vicini di casa di una coppia di gabbiani che aveva costruito il nido vicinissimo all’alloggio in cui abbiamo pernottato. Una mattina siamo quasi inciampati su queste palline zampettanti e lanuginose davanti all’uscio di casa. I genitori andavano e venivano per sfamarli e proteggerli, e ogni volta che dovevamo uscire o rientrare venivamo raggiunti dallo stridìo allarmato di mamma e papà che ci volteggiavano sopra le teste, nervosi e inquieti.

Vicini di casa – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Giorno dopo giorno per fortuna si sono un po’ abituati alla nostra presenza, noi dal canto nostro abbiamo cercato di essere il più possibile invisibili e silenziosi.

Devo ammettere che mi sono affezionata a quella famigliola di pennuti e quando è stato il momento di ripartire li ho salutati con affetto mentre auguravo loro una lunga vita nei cieli artici.

Pullo di gabbiano – isole Lofoten (crediti foto Stefano Romani)

Consigli sparsi di lettura

Qui di seguito aggiungo alcune letture che hanno preceduto e seguito il mio viaggio alle Lofoten. Non una bibliografia di viaggio, solo suggerimenti e spunti, di gran lunga una lista che si allungherà.

  • Un racconto dei norvegesi e della Norvegia, scritto da un’italiana che ci ha vissuto, questo bel libro di Camilla Bonetti contiene molte informazioni interessanti, e anche divertenti, che aiutano ad entrare in sintonia con un paese ed un popolo che per tanti aspetti appare un po’ agli antipodi per noi italiani e invece ci sa conquistare, anche per contrasto!

Camilla Bonetti

“Dalla A alla Å”

Norvegia: istruzioni per l’uso

Polaris, 2016

  • Storie fantastiche ispirate ai terribili vortici di marea delle Lofoten e alle creature giganti che popolano gli abissi.

Edgard Allan Poe

Una discesa nel Maelström. Testo originale a fronte

Edizioni Leone, 2025

Jules Verne

Ventimila leghe sotto i mari

Edizioni Feltrinelli, 2018

Fabio Genovesi

Il calamaro gigante

Edizioni Feltrinelli, 2021

  • Franco Michieli è geografo, esploratore e garante di Mountain Wilderness. È tra gli italiani più esperti nel campo delle grandi traversate di catene montuose e terre selvagge. “Le vie invisibili” contiene la testimonianza di traversate compiute da Michieli in diversi anni di attività, una lettura di grande ispirazione per gli appassionati di montagna. Il terzo capitolo del libro è dedicato alla traversata delle isole Lofoten e Vesterälen, compiuto da Michieli nel 1991.

Franco Michieli

Le vie invisibili

Senza traccia nell’immensità del Nord

Ponte alle Grazie, 2024

  • “Più piccoli arriviamo a sentirci nei confronti della montagna e più ci avviciniamo a partecipare alla sua grandezza. Non so perché sia così” (dalla quarta di copertina di “Siamo l’aria che respiriamo” di Arne Næss). Una raccolta di articoli e saggi che il più grande filosofo norvegese e scandinavo dei nostri tempi, fondatore del movimento dell’Ecologia Profonda, ha scritto tra il 1970 e la fine degli anni ’90. Una visione che ha ispirato il mio percorso personale di studio e approfondimento dell’Ecopsicologia.

Arne Næss

Siamo l’aria che respiriamo

Saggi di ecologia profonda

Edizioni Piano B, 2021

L'albero Maestro di Elena Cadelli

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Viaggio nell’inverno del Nord

Dopo la pausa forzata di questi ultimi anni, nella scelta della destinazione del primo “vero” viaggio del 2023 ho seguito la mia attrazione per la Natura, gli spazi ampi, il silenzio.

Alcuni viaggi fatti in passato, insieme a letture più recenti (soprattutto lo scrittore paesaggista americano Barry Lopez di cui ho già parlato in un precedente articolo), hanno fatto ruotare la bussola verso il Nord del nostro continente. Oltre il parallelo che delimita il Circolo Polare Artico, nella regione della Lapponia Finlandese, più precisamente sul lago Inari, terra del popolo Sàmi (o Sampi).

“Per gli esseri umani, vivere nel nord significa incontrare il mondo invisibile e confrontarsi con la consapevolezza profonda di non poter controllare la natura e la vita.

Per questo le persone cercano spazi che li aiutino a connettersi con l’inesplicabile e l’assenza di parole.

Anche nella loro vita di tutti i giorni.

Per i Sàmi, i paesaggi, i luoghi, hanno sempre avuto i loro spazi sacri, ad esempio l’isola di Ukonsaari all’interno del lago Inarijarvi”.

Queste parole, che ho ricopiato da un pannello posto nel bellissimo museo di Inari e dedicato alla cultura Sami (Siida – Sami Museum / Nature Centre) esprimono molto bene alcune delle riflessioni che ho fatto durante e dopo il viaggio.

Le temperature estreme, le condizioni di vita difficili, la poca luce delle giornate invernali, tutto riconduce all’essenzialità e alla conservazione delle energie.

Per i Sàmi, presenti nelle terre artiche del nord Europa dall’età del ferro, dediti al nomadismo fino ai primi del ‘900, vivere a queste latitudini ha significato sviluppare una cultura tenace, ingegnosa, pratica, in profonda sintonia con l’ambiente.

I Sàmi sono una minoranza presente nei territori di 4 paesi (Russia, Finlandia, Norvegia e Svezia), l’unica popolazione che è stata riconosciuta come un popolo indigeno dall’unione europea (proprio a Inari c’è  anche il Parlamento Sàmi).

Le origini, il linguaggio e cultura Sàmi sono radicate nella relazione tra le comunità umane e la natura (la terra, le acque, le foreste, gli animali) in una visione del mondo spirituale di tipo animista. Molti gli  animali sacri ai Sàmi: le renne, gli orsi, i lupi.

Nella cosmogonia Sàmi gli sciamani, grazie al suono dei loro tamburi, mettevano in connessione i “mondi” (le dimensione terrena con quella della terra e del cielo) facendosi messaggeri e tramite tra le dimensioni invisibili della realtà e quelle visibili

“Qui 
al cielo blu
alla breve estate
gli uccelli cantano
il Sami
con il vento in faccia”

(Nils-Aslak Valkeapaa)

E’ affascinante questo fortissimo legame dei Sàmi con la terra, i luoghi, la natura, a dispetto della durezza del clima, almeno ai nostri occhi di cittadini abituati ad ogni tipo di comfort.

Eppure, in quel clima aspro e impegnativo vi è tanta bellezza custodita nella memoria delle generazioni di uomini e donne che hanno saputo trovare spazio di vita in una terra coperta dalla neve nella più parte dei mesi.

Ciò che agli occhi di uno straniero può apparire solo come un paesaggio naturale magari anche selvaggio e affascinante, è per i locali Sàmi un paesaggio culturale vivente.

Esso rappresenta la memoria di moltissime generazioni.

I Sàmi oggi conducono le loro vite tra le comodità moderne, eppure io ho percepito anche tra le generazioni più giovani l’amore per la storia e la cultura di questo popolo antico, insieme al desiderio di celebrare le tradizioni, il rispetto e l’amore per la natura.

Il pannello all’ingresso del museo Sàmi dice ancora sui luoghi:

(….)

L’importanza dei luoghi e dei nomi dei luoghi

Il nome di un luogo è un segno di vita, un pezzo di storia.

Il nome non è nulla di speciale in sé

qualcuno ha battezzato la baia e le sue spiagge sabbiose

ma è così che si dà il nome ad una persona

un padre dà il nome a sua figlia

una madre a suo figlio

questi luoghi sono più vecchi

di qualsiasi altra persona

queste terre sono i nostri figli

(Matti Morottaja)

Aurora Boreale

Una delle ragioni per cui desideravo visitare il Nord nella stagione invernale era ammirare l’aurora boreale.

Un sogno che si è avverato perché quasi ogni sera abbiamo potuto assistere allo spettacolo fantasmagorico dell’aurora, e un giorno soprattutto, guidati da un “cacciatore” di aurore abbiamo potuto ammirare uno degli spettacoli più intesi di quelle settimane, confermato anche dai locali.

Cos’è l’Aurora Boreale?

Rinviando ad approfondimenti su siti specializzati, qui di seguito in breve.

Gli elettroni solari sono distribuiti nello spazio in forma di vento solare. Quando raggiungono la parte più alta dell’atmosfera terrestre, gli elettroni interagiscono con gli atomi di ossigeno e nitrogeno all’altezza di circa 100 km, creando l’Aurora Boreale che vediamo sulla Terra.

Le sfumature di colore rosso e verde si formano allorché gli elettroni del sole collidono con gli atomi dell’ossigeno, mentre i colori viola e blu dell’aurora si creano nella collisione tra gli elettroni del sole e gli atomi di nitrogeno.

Il campo magnetico della terra indirizza i venti solari verso un’area, detta aurorale, vicina alle regioni magnetiche polari.

da un pannello del museo di Inari della Cultura Sàmi

Alla spiegazione scientifica, che è già di per sè affascinante, mi piace affiancare anche la versione mitica (una fra le molte) della leggenda Sàmi sull’Aurora.

Secondo un antico mito Sami, a creare l’Aurora Boreale sarebbe una volpe che, correndo velocemente sulle alture artiche, colora il cielo con le scintille che scaturiscono dal contatto tra la sua coda e la fitta coltre di neve.

fonte web

E per finire, l’esperienza di questo viaggio per me, ma credo anche per i miei compagni, si è sviluppata su più piani.

E’ stata un’esplorazione sensoriale ed emozionale.

I colori

Su tutti,  il bianco: che calma, svuota la mente, amplia lo sguardo. Fa vuoto.

Il violetto delle infinite albe, l’arancione pallido dei lunghi tramonti.

Il buio, profondo, siderale, delle notti stellate.

Il verde psichedelico e ultraterreno dell’aurora boreale.

Le sensazioni del corpo

Lo scricchiolio perenne della neve sotto i piedi mentre cammini.

Il freddo secco e pungente dell’aria che entra nel naso.

Le mani che diventano presto semi congelate appena togli i guanti.

Il calore del fuoco acceso che fa nuovamente scorrere il sangue nelle vene.

L’odore del muschio e della corteccia di betulla.

Le emozioni emerse

Stupore

Gioia

Incredulità

Eccitazione

Gratitudine

I pensieri, il lavorio mentale, la traduzione in parole di quanto esperito, lassù mi venivano difficili. Mi sembrava di non trovare alfabeti per spiegare, e per la verità non ne sentivo il bisogno impellente.

La mente pensante leggera, e se pure c’era qualcosa che richiedesse una elaborazione più complessa, esaurivo velocemente il compito. Era più urgente tornare alla contemplazione. All’immersione nel bianco e nel violetto del crepuscolo. Alla carezza leggera del lichene. Al fuoco nella tenda.

Un’esperienza di purificazione che si è manifestata soprattutto di notte.

Ne parlavamo la mattina riuniti a colazione prima di uscire con i compagni di viaggio: le notti sono state spesso accompagnate da molti sogni, alcuni anche ricchissimi di significati attinenti a fasi cruciali della vita vissuta. In altri casi sonni agitati, notti insonni.

Gli spazi ampi, il bianco ovunque, il freddo hanno forse fatto vuoto nelle menti  lasciando spazio all’inconscio che si è potuto manifestare.

Per andare verso l’ignoto, come titola la canzone Dovdameahttumii dell’artista Sàmi Ingá-Máret Gaup-Juuso.

Dovdameahttumii (Verso l’ignoto, nella traduzione di Jani Saunamäki dal Sàmi al finlandese tuntemattomaan).

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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