Contemplazioni urbane

Affermare che la connessione autentica e intensa con la natura non possa avvenire in città significa sostenere la necessità di allontanarsi dai centri urbani per rinnovare la Biofilia, che è quel sentimento di attrazione e amore per la vita, innato nell’essere umano ma che ha bisogno di essere alimentato, come fosse il fuoco di un camino, e allenato.

È vero che la città è rumorosa e che ci sono innumerevoli stimoli artificiali che distolgono la nostra attenzione, lasciandoci poco spazio per sperimentare con i sensi gli elementi naturali che comunque incontriamo anche nei centri urbani.

Tuttavia, allenando il muscolo dell’attenzione possiamo vivere istanti intensi, gioiosi e vivificanti, anche nella concitazione delle vite urbane.

Sono parentesi di meraviglia che ci aiutano a ritrovare centratura, a rallentare la velocità della mente iper stimolata e a riconnetterci anche con la nostra natura. Piccole riserve di bellezza che aiutano a calmare la mente, facilitano l’ampliamento dello sguardo, a volte anche l’accesso a qualche intuizione che trova il modo di emergere alla coscienza e che sarà casomai rielaborata in seguito dalla mente pensante.

Proprio in questi giorni di fine ottobre e inizio novembre nei cieli delle città è visibile uno spettacolo naturale che è un’ottima occasione di allenamento del muscolo dell’attenzione: gli stormi di uccelli che si preparano alle migrazioni.

Gli storni, in particolare, sono affascinanti per le coreografie che mettono in scena, stupefacenti per velocità, senso di occupazione dello spazio, geometrie e per coordinazione silenziosa.

Queste coreografie sono efficacissime anche per tenere a bada i predatori, come corvi e rapaci, che puntano alla moltitudine di prede disponibili e cercano di separarle, creando scompiglio.

Eppure, gli storni si compattano e anzi vanno all’attacco, tutti insieme, il collettivo danzante diventa una creatura altra che si difende e allontana i predatori.

La forza dell’unione, l’intelligenza del gruppo.

Mi affascina osservare questo spettacolo della natura che comunica bellezza, creatività, anche astuzia.

E’ una contemplazione ipnotica, mi accorgo che su di me ha questo effetto incantatore, come se questi uccelli seguissero le note di una sinfonia muta, e infatti osservandoli da lontano nelle loro evoluzioni viene da muovere la testa ritmicamente, come quando si ascolta la musica.

La poetessa americana Mary Oliver, vincitrice del premio Pulitzer nel 1983, nelle sue creazioni poetiche ha posato lo sguardo pieno di curiosità, ammirazione e autentica passione per la natura, lasciandoci magnifici testi da scoprire e frequentare con assiduità.

Proprio qualche giorno fa ho ritrovato una poesia di Oliver dedicata agli storni, che propongo qui anzitutto in lingua originale (riferimenti all’edizione americana nelle note).

Con umiltà e consapevolezza che tradurre poesia è qualcosa che richiede profonda conoscenza dell’opera dell’autore oltre che padronanza dell’idioma e del linguaggio poetico, tutte doti che non possiedo, a parte il grande amore che ho per la poetica di Oliver, ho voluto tradurla perché mi sembra molto risonante con le riflessioni che propongo qui.

Rimando invece, per una lettura più ampia dell’opera di Mary Oliver, al volume “Primitivo Americano”, curato da Paola Loreto, uscito per i tipi di Giulio Einaudi Editore nel 2023.

Purtroppo, Oliver è poco tradotta in italiano, ma questo volume le rende finalmente giustizia ed è un piccolo tesoro da tenere sempre sul comodino per letture e riletture ricorrenti e ispiranti.

Starlings in Winter

by Mary Oliver

Chuncky and noisy,

but with stars in their black

feathers,

they spring from the telephone

wire

and instantly

they are acrobats

in the freezing wind.

And now, in the theatre of air,

they swing over buildings,

dipping and rising;

they float like one stippled star

that opens,

becomes for a moment

fragmented,

then closes again;

and you watch

and you try

but you simply can’t imagine

how the do it

with no articulated instruction,

no pause,

only the silent confirmation

that they are this notable thing,

this wheel on many parts, that

can rise and spin

over and over again,

full of gorgeous life.

Ah, world, what lessons you

prepare for us,

even in the leafless winter,

even in the ashy city.

I am thinking now

Of grief,  and of getting past it;

I feel my boots

Trying to leave the ground,

I feel my heart

pumping hard. I want

to think again of dangerous and

noble things.

I want to be light and frolicsome.

I want to be improbable

Beautiful and afraid of nothing

As though I had wings.

Storni in inverno

di Mary Oliver

(traduzione di Elena Cadelli)

Gracchianti e rumorosi,

con piccole stelle tra le nere piume,

spiccano il volo dai cavi del telefono

e d’improvviso

sono come acrobati

nel gelido vento.

Dentro il teatro d’aria,

ondeggiano sopra gli edifici,

scendono e risalgono;

fluttuano come piccola stella

che si dischiude,

si frantuma per un istante,

quindi ancora si richiude;

E tu guardi

e provi invano ad immaginare,

come facciano,

senza alcuna istruzione esplicita,

nessuna pausa,

solo la conferma muta

che sono qualcosa di così straordinario.

Una ruota di molte parti, che

si solleva e volteggia,

ancora e ancora,

traboccante di vita meravigliosa.

Oh, mondo, quante lezioni

hai in serbo per noi

anche nell’inverno immobile

anche nella città grigia.

Penso ora

alla sofferenza, a come superare la sofferenza;

sento i miei stivali

che provano a staccarsi da terra,

sento il mio cuore

battere forte. Voglio

pensare di nuovo a qualcosa di pericoloso e

nobile.

Voglio sentirmi leggera e spensierata.

Voglio essere improbabile,

bella e senza paura di nulla,

come avessi le ali.

Bibliografia e approfondimenti

La poesia “Starlings in Winter” di Mary Oliver è pubblicata in:

Owls and Other Fantasies by Mary Oliver

Beacon Press, 2006

Edizioni italiane delle opere di Mary Oliver

Mary Oliver

“Primitivo Americano”

A cura di Paola Loreto

Testo a fronte

Giulio Einaudi Editore, 2023

Per approfondimenti sugli storni e sulle loro raffinate e complesse formazioni coreografiche si veda questo articolo del National Geographic:

https://www.nationalgeographic.it/il-mistero-delle-coreografie-degli-storni

Per approfondimenti sulla Biofilia e sugli ambiti di studio, ricerca e applicazione della Psicologia ambientale e cognitiva e dell’Ecologia Affettiva:

Introduzione alla biofilia – La relazione con la Natura tra genetica e psicologia

Giuseppe Barbiero, Rita Berto

Carocci Editore, 2016

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Attenzione!

L’intelligenza della foresta

Qui, nel bosco, i miei occhi ci vedono meglio e a maggior distanza.

Lo sguardo si allarga e allo stesso tempo coglie infiniti dettagli di colori, forme, movimenti.

Sento bene, anche i suoni più lontani, gli scricchiolii, i fruscii.

La pelle mi sembra molto sensibile al contatto, a temperatura e umidità.

Attraverso il naso colgo nuovi odori, a molti non so dare un nome.

Assaggio un lampone còlto tra i rovi di un sentiero di montagna, e sento le papille gustative fare festa.

Immergermi in uno spazio naturale che mi attrae è un’esperienza anzitutto fisica e sensoriale.

La poeta americana Mary Oliver invita a praticare l’esperienza di relazione con l’altro da noi (ma credo valga anche a proposito della relazione con noi stessi) seguendo alcune lapidarie istruzioni nei versi di “Istruzioni per vivere una vita“:

Istruzioni per vivere una vita

Presta attenzione
Stupisciti
Parlane

(Mary Oliver)

Mary Oliver si riferisce all’incontro con la natura come esperienza di pratica dello stupore.

Le occasioni per dedicarsi a tale pratica sono innumerevoli, quotidiane.

Può bastare anche un giardino o un piccolo balcone, oppure il cielo sopra di noi se non vi è modo di perdersi in un bosco o su una spiaggia battuta dal vento.

La curiosità che nasce dall’incontro con la natura spinge in territori affascinanti anche l’intelletto e la creatività, come avviene a biologi, ecologi, artisti e poeti.

Uno sguardo ampio e curioso che ho trovato in entrambi i libri di cui parlerò in questo e nel prossimo articolo, due nuove foglie nella mia personale bibliografia arborea (i primi due libri di cui ho scritto sono in precedenti articoli qui sul mio blog).

Per chi decidesse di leggerli entrambi Il mio suggerimento è, se possibile, di non far passare troppo tempo tra uno e l’altro, l’ordine invece non ha alcuna importanza.

Sono opere molto diverse per stile, tono e visione. E in parte anche per alcune conclusioni a cui giungono.

Proprio queste differenze li rendono ai miei occhi entrambi così interessanti.

Una “polifonia” che arricchisce e amplia lo sguardo.

Partirò dal libro di Suzanne Simard, “L’albero Madre”.

 “L’Albero Madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta”.

di Suzanne Simard

Editore : Mondadori, Strade Blu

479 pagine

L’espressione Wood Wide Web, in assonanza con la più nota definizione di Internet che tutti conosciamo (World Wide Web), apparve nel 1997 quando la rivista Nature dedicò una copertina all’articolo scritto da Suzanne Simard et al.  “Net transfer of carbon between ectomycorrhizal tree species in the field” (che traduco in: Trasferimento netto di carbonio sul campo tra specie arboree ectomicorriziche).

Per chi fosse interessato nelle note il link all’articolo originale di Nature del 1997.

L’espressione Wood Wide Web rimanda con efficacia e semplicità al concetto di Internet: una rete interconnessa che collega tra loro molti punti.

Grazie a questa similitudine è diventato più chiaro, anche ad un pubblico di non specialisti (come me), che nel suolo esiste una rete complessa e sofisticata, il micelio fungino, attraverso la quale alberi e piante sono in connessione tra di loro.

Un tema, quello delle reti micorriziche, di crescente interesse nel mondo scientifico e non solo.

Radici possenti di una Sequoia nel Parco dello Yellowstone (USA)

Simard, oggi professoressa presso il Dipartimento di Scienze Forestali e della Conservazione dell’Università della Columbia Britannica in Canada, ha dedicato l’intera vita ad esplorare questo filone di studio: le sue ricerche hanno indagato i processi di comunicazione biochimici che avvengono nei reticoli fungini.

La passione di Suzanne Simard per le foreste trae origine anche dalla sua biografia: la biologa è nata in una famiglia di boscaioli, coloni di origine francese insediatisi nel Canada Nord Occidentale fin dai primi del ‘900.

Suzanne cresce tra le conifere, impara a conoscere, ad amare e provare rispetto per gli alberi: in un passaggio divertente del libro l’autrice racconta che da piccola le piaceva mangiare la terra perché aveva un buon sapore.

Sono convinta che questa sua connessione fisica, direi simbiotica, con la foresta, il suo essere letteralmente cresciuta come un impasto fatto di terra e radici, abbia alimentato la sua curiosità.

Il seme delle ricerche a cui dedicherà una vita intera si sviluppa a partire dalle sue osservazioni, prima ancora che dagli studi di ecologia forestale.

All’epoca (parliamo di anni a cavallo tra il 1970 a il 1980) le politiche governative canadesi prescrivevano l’impiego di trattamenti chimici successivi ai tagli forestali.

L’obiettivo delle pratiche era favorire la crescita veloce di nuovi alberi destinati al taglio per rendere molto produttiva la foresta: per ottenere questo risultato venivano eliminate le specie arboree che si riteneva fossero in competizione con gli abeti per nutrienti e luce.

Simard aveva intuito che rimuovere alcuni alberi (in particolare le betulle), poco “interessanti” dal punto di vista dell’industria del legname, per favorire la crescita più veloce di plantule di abeti in sostituzione di quelli tagliati, sembrava controproducente per le conifere.

Tra le radici di betulle e abeti, anche grazie alla rete di micorrize fungine, avvengono infatti processi di scambio di nutrienti utili per le specie arboree, e particolarmente importanti per le plantule di abete.

A questa conclusione erano giunte in precedenza altre importanti ricerche: ciò che Simard riuscì a dimostrare, attraverso un lungo e faticoso lavoro fatto sul campo nelle foreste canadesi, è che gli impianti radicali delle plantule di abeti ricevono carbonio, nutriente fondamentale per la loro crescita, dalle radici delle betulle circostanti.

Il passaggio avviene attraverso i canali micorrizici fungini, veri e propri tubicini sottilissimi attraverso cui il micelio si espande e prospera nel suolo.

Per micorriza (dal greco antico: μύκης, mýkēs, «fungo» e ῥίζα, rhiza, «radice») si intende un particolare tipo di associazione simbiotica tra un fungo e una pianta superiore, localizzata nell’ambito dell’apparato radicale del simbionte vegetale, e che si estende per mezzo delle ife o di strutture più complesse come le rizomorfe, nella rizosfera e nel terreno circostante (fonte Wikipedia).

La rete micorrizica nei casi studiati da Simard è quindi una infrastruttura che mette (anche) in comunicazione gli alberi tra di loro, pur se di specie diverse, come abeti e betulle.

Sulla natura di queste connessioni si aprono orizzonti ampi e intriganti, ma su questo punto tornerò nel prossimo articolo sul bellissimo libro di Merlin Sheldrake “L’ordine nascosto. la vita segreta dei funghi”.

L’Albero Madre di Suzanne Simard è un’autobiografia avvincente in cui l’intreccio tra vicende personali, affetti, alterne fasi di carriera universitaria, lunghe ed estenuanti ricerche sul campo, riflessioni personali e intuizioni si impastano.

E’ il racconto di una vita intera dedicata alla ricerca e alla comprensione dei meccanismi che fanno delle foreste organismi sistemici, interconnessi, di grande complessità per gli studiosi perché non è semplice osservare e analizzare quello che avviene sottoterra.

Le foreste come super-organismi in cui gli alberi più longevi (quelli che Simard chiama Alberi Madre) sembrano avere un ruolo specifico nel processo di mantenimento di equilibri delicati nell’ecosistema boschivo.

La Quercia delle Streghe di Capannori (Lucca), uno splendido albero monumentale di circa 700 anni

I popoli nativi di quelle terre, come di tutte le terre del nostro pianeta, lo hanno sempre saputo grazie ad una forma di intelligenza pre-scientifica, intuitiva, olistica.

Simard, dal suo punto di osservazione di studiosa, riconosce e abbraccia quella saggezza ancestrale.

“Non ho la pretesa di afferrare completamente il sapere degli aborigeni. Deriva da un modo di conoscere la terra – un’epistemologia – diversa da quella della mia cultura. Parla di essere in sintonia con la fioritura della Lewisia rediviva, la corsa dei salmoni, le fasi della luna. Della consapevolezza che siamo legati alla terra – le piante, gli animali, il suolo, l’acqua – e gli uni agli altri, e che abbiamo la responsabilità di avere cura di queste connessioni e delle risorse, assicurando la sostenibilità degli ecosistemi per le future generazioni e per onorare chi ci ha preceduto. Di andarci piano, di prendere solo i doni i cui abbiamo bisogno e dare qualcosa in cambio. Di mostrare umiltà e tolleranza per tutto ciò a cui siamo connessi in questo ciclo vitale. (…) Possiamo confrontare le condizioni della terra là dove è stata smembrata e ogni risorsa considerata indipendente dal resto, e là dove la si è accudita secondo il principio secwwepmec del k’weseltktnews (“siamo tutti connessi”) o il concetto salish di nècà?mat ct (“siamo una cosa sola”)”

Pagine 392-393 L’Albero Madre di Suzanne Simard – Mondadori

Dovremmo forse imparare a guardare alla natura con maggiore intimità, immaginazione, abbandono e intuito.

Mi sembra che la storia di Suzanne Simard ci insegni proprio questo, ad ascoltare il “sapere” che proviene dal nostro intuito, risultato della stratificazione di una saggezza tramandata dai nostri predecessori.

Nel suo caso, un intuito coltivato e approfondito con la scienza e l’ecologia forestale.

L’invito per noi è più semplicemente, umilmente e gioiosamente, porci in ascolto dell’altro da noi.

Altro umano e altro non umano. Non siamo da soli su questo pianeta. Possiamo comprendere, o forse anche solo intuire- che sarebbe già tanto – qualcosa di più sul mistero della vita sentendoci profondamente connessi con i nostri compagni di viaggio, quelli con gambe e braccia, zampe, ali, pinne e radici.

Contemplazione di un frassino in Valle D’Aosta

Una saggezza, quella della profonda interconnessione con la natura, che ritroviamo nelle “Western Inscription” scritte da Zhang Zai (1020-1077), filosofo cinese vissuto nell’epoca della dinastia Song ed esponente del neo-confucianesimo.

Il Cielo è mio padre e la Terra è mia madre

e anche io, una creatura così piccola, trovo un posto tra di loro.

Ciò che riempie l’Universo, lo considero come il mio corpo,

ciò che guida l’Universo lo considero come la mia natura.

Tutte le persone sono miei fratelli e sorelle,

e tutte le creature sono mie compagne.

Zhang Zai (1020-1077)

Nel prossimo articolo faremo un viaggio intrigante tra i funghi, creature misteriose e affascinanti da cui abbiamo molto da imparare.

Ci vediamo nel bosco.

NOTE

Articolo di Nature https://rdcu.be/dhYec

sito ufficiale di Suzanne Simard https://suzannesimard.com/?doing_wp_cron=1692624498.8882200717926025390625

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Canopie e poesia

Sono una grande appassionata di documentari naturalistici.  Secondo me chi lavora alla creazione di documentari sulla natura fa il lavoro più bello del mondo, anche se scomodo, magari pure pericoloso e faticoso.

In questi giorni ho visto un documentario avvincente sulle vicende di due gruppi di scimpanzé nelle foreste primordiali  Ngogo in Uganda. Tra le tante immagini affascinanti, una in particolare mi ha colpito.   

Il modo in cui gli scimpanzé indagano con il loro sguardo intelligente le chiome degli alberi.

Scrutano in alto alla ricerca di segnali, per scorgere eventuali intrusi o pericoli, per cercare la frutta di cui si cibano e altre prede, per trovare rifugio dalla pioggia al riparo di grandi foglie degli alberi tropicali o per mettersi in salvo quando scoppiano zuffe furibonde tra i maschi che danno sfoggio della loro forza.

Quello sguardo verso l’alto.

Quel desidero di salire e di avvicinarci al cielo.

Noi esseri umani abbiamo perso la capacità di muoverci agilmente tra i rami degli alberi, anche se da bambini gli alberi sono una calamita per arrampicate selvagge o maldestre. Poi per volare abbiamo inventato i palloni aerostatici e gli aeroplani.

Ma l’istinto che ci fa scrutare tra le fronde degli alberi rimane ed è quella curiosità che ha spinto l’autrice del secondo libro della mia bibliografia arborea a diventare una delle massime esperte delle volte forestali del nostro pianeta.

Tra la Terra e il Cielo. La vita segreta degli alberi.

di Nalini N. Nadkarni

Editore: Castelvecchi (Roma)

Nalini Nadkarni è una biologa ed ecologa americana specializzata nello studio delle chiome forestali. Si è concentrata nella comprensione dell’importanza delle canopie  per l’equilibrio ecologico delle foreste pluviali: è suo il 1° database mondiale –  il Big Canopy Database –  che raccoglie le informazioni sul numero e la morfologia delle volte forestali del pianeta.

Dunque una scienziata che opera in ambito accademico ed è anche pioniera nel portare l’educazione naturalistica al di fuori del mondo universitario.

Per esempio nelle carceri, oppure collaborando con scrittori, poeti, danzatori, musicisti e artisti visivi per comprendere e comunicare meglio le relazioni tra la natura e gli esseri umani.

Il suo obiettivo principale nel coinvolgimento di un pubblico più allargato è portare la scienza e gli scienziati alle persone che non hanno o non possono avere accesso ad essa nelle sedi tradizionali.

Nelle note a questo articolo ho inserito il link il sito dell’autrice (*) – in inglese – molto ricco di informazioni, articoli e studi.

Per conoscere e studiare le volte forestali ha imparato a scalare gli alberi delle foreste pluviali e questo le ha permesso di compiere le sue osservazioni tra i rami a molti metri di altezza da terra.

Mi sembra una prospettiva intrigante.

Arrampicarsi sugli alberi è un sogno che ha ispirato poeti, scrittori, registi cinematografici, studiosi. Anche architetti: ho letto che è possibile alloggiare per vacanza in case costruite sugli alberi. Quando vedo nei giardini le piccole casette per bambini costruite sugli alberi sento spesso un’attrazione, mi piacerebbe proprio arrampicarmi e osservare il mondo dall’alto, appollaiata ad un ramo come un uccello.

Anni fa durante un viaggio nelle regioni Baltiche sono stata su una piccola isola in Germania, Rugen.

Faggeta sull’Isola di Rugen – Germania

L’isola è verdissima e offre poetici scorci sul mare. Nel territorio di Rugen si può esplorare il   Parco Nazionale Jasmund che  accoglie il più vasto bosco ininterrotto di faggio selvatico della costa del Mar Baltico. La  faggeta di Jasmund è Patrimonio dell’Umanità Unesco come “Antica faggeta della Germania”.

Treetop Walk – Isola di Rugen – Germania

A Rugen ci vorrei proprio tornare per perdermi di nuovo tra le sue antiche e silenziose faggete e anche per salire ancora sul Treetop Walk. Si tratta di una installazione torreggiante che tramite un percorso a spirale conduce fino in cima, a 40 metri dal suolo. La torre è letteralmente in mezzo agli alberi, si cammina tra rami e foglie. E’ forse la principale attrazione turistica dell’isola, concepita con una filosofia di ridotto impatto ambientale e arricchita da un bel museo e molte attrazioni per le famiglie e i bambini.

Anche per gli ex bambini, come me. Ero eccitatissima e ricordo l’emozione man mano che salivo, mi avvicinavo ai rami per sfiorarli e poi guardavo giù!

Proprio come quando leggevo il libro di Nalini: ero lì con lei, in arrampicata.

Il libro è ricchissimo di informazioni, in linguaggio per non addetti ai lavori, sulla biologia degli alberi e l’importanza delle volte forestali, e questo non solo per le foreste pluviali, area di suo specifico interesse, ma anche per le foreste e i boschi delle campagne e delle città.  

Nalini prende per mano il lettore e dedica alcuni capitoli del libro a ricordarci quanto sia stretto il legame che l’uomo ha con gli alberi, da sempre.

Per indagare questo legame, si è ispirata al modello della piramide dei bisogni di Maslow, uno dei principali esponenti della psicologia umanistica (**) e si è chiesta: quali sono le “categorie” di bisogni umani che gli alberi ci permettono di soddisfare?

Piramide di Maslow “modificata” da N. Nadkarni – Bisogni dell’uomo soddisfatti dagli alberi

Dalla base fino al vertice della piramide, il legame tra uomini e alberi riguarda tutte le dimensioni della nostra vita: dai bisogni fisici, di sicurezza, di salute fino ad arrivare al gioco e l’immaginazione, alla percezione dello scorrere del tempo e ai simboli.

Giunti in cima alla piramide, gli alberi sono mediatori che ci connettono alla dimensione della spiritualità, del divino e della consapevolezza.

“gli insegnamenti spirituali degli alberi sono universali: dovremmo sforzarci di mettere in collegamento il mondo terreno con quello spirituale, produrre cose che siano utili agli altri, avere radici solide, accettare i cambiamenti inevitabili della vita, vivere consapevolmente, essere felici. Aprirci a qualcosa talmente semplice e piacevole come scalare un albero, o sedersi in silenzio sotto di esso, può far sentire le persone in pace con il mondo e con se stesse”

(pg 241- 242 Tra la terra e il cielo. La vita segreta degli alberi di Nalini Nadkarni. Castelvecchi Editore)

L’uomo moderno si è dimenticato quanto gli alberi siano fondamentali per la vita. Leggere il libro di Nalini aiuta a riattivare una consapevolezza che era ben chiara ai popoli antichi, e che è tuttora centrale  per le popolazioni native.

La salute dell’uomo è profondamente intrecciata con la salute della terra. La chiave per riportare in salute la terra risiede nel modo in cui ci sintonizziamo con la natura e, attraverso la natura, con noi stessi.

Chris Maser, ambientalista americano, è convinto che “imparando a risanare la foresta, la curiamo e mentre curiamo la foresta curiamo noi stessi”.

Io mentre accarezzo un alerce vetusto in Cile

Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci così: Sii calmo! Sii calmo! Guarda me!
La vita non è
facile, la vita non è difficile.


HERMAN HESSE, Il canto degli alberi

Le frequenti incursioni poetiche di cui l’opera  è disseminata sono un’altra ragione per cui questo libro mi è tanto piaciuto.

Una biologa forestale che ha sentito necessario accompagnare il suo racconto con il linguaggio poetico è una piccola rivelazione.

“offro questo libro come un invito a considerare quanto gli approcci di scienza, arte e umanistica possano, tutti insieme, portarci ad una maggiore consapevolezza verso gli alberi”

Nalini M. Nadkarni

La parola poetica coglie la dimensione emozionale, di incanto, di profonda ammirazione e di potente simbolismo che nell’esperienza umana sperimentiamo quando siamo al cospetto di alberi che ammiriamo o a cui siamo legati.

Ogni albero, ogni essere che cresce mentre
Lo fa dice questa verità: raccogli ciò
Che semini. Nella vita, breve quanto
Mezzo respiro, non piantare nulla, solo
Amore.

Rumi

La prossima volta che incontrerai un albero che ti piace, magari prova a leggergli una poesia.

Io lo faccio ogni tanto, in silenzio se sono da sola oppure a voce alta in occasione delle esperienze in natura con piccoli gruppi che accompagno nei boschi.

Gli alberi non hanno orecchie eppure io sono convinta che ci ascoltino.

Note

(*) https://nalininadkarni.com/

(**) https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_umanistica

tutte le foto sono di Stefano Romani

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

Viaggio nell’inverno del Nord

Dopo la pausa forzata di questi ultimi anni, nella scelta della destinazione del primo “vero” viaggio del 2023 ho seguito la mia attrazione per la Natura, gli spazi ampi, il silenzio.

Alcuni viaggi fatti in passato, insieme a letture più recenti (soprattutto lo scrittore paesaggista americano Barry Lopez di cui ho già parlato in un precedente articolo), hanno fatto ruotare la bussola verso il Nord del nostro continente. Oltre il parallelo che delimita il Circolo Polare Artico, nella regione della Lapponia Finlandese, più precisamente sul lago Inari, terra del popolo Sàmi (o Sampi).

“Per gli esseri umani, vivere nel nord significa incontrare il mondo invisibile e confrontarsi con la consapevolezza profonda di non poter controllare la natura e la vita.

Per questo le persone cercano spazi che li aiutino a connettersi con l’inesplicabile e l’assenza di parole.

Anche nella loro vita di tutti i giorni.

Per i Sàmi, i paesaggi, i luoghi, hanno sempre avuto i loro spazi sacri, ad esempio l’isola di Ukonsaari all’interno del lago Inarijarvi”.

Queste parole, che ho ricopiato da un pannello posto nel bellissimo museo di Inari e dedicato alla cultura Sami (Siida – Sami Museum / Nature Centre) esprimono molto bene alcune delle riflessioni che ho fatto durante e dopo il viaggio.

Le temperature estreme, le condizioni di vita difficili, la poca luce delle giornate invernali, tutto riconduce all’essenzialità e alla conservazione delle energie.

Per i Sàmi, presenti nelle terre artiche del nord Europa dall’età del ferro, dediti al nomadismo fino ai primi del ‘900, vivere a queste latitudini ha significato sviluppare una cultura tenace, ingegnosa, pratica, in profonda sintonia con l’ambiente.

I Sàmi sono una minoranza presente nei territori di 4 paesi (Russia, Finlandia, Norvegia e Svezia), l’unica popolazione che è stata riconosciuta come un popolo indigeno dall’unione europea (proprio a Inari c’è  anche il Parlamento Sàmi).

Le origini, il linguaggio e cultura Sàmi sono radicate nella relazione tra le comunità umane e la natura (la terra, le acque, le foreste, gli animali) in una visione del mondo spirituale di tipo animista. Molti gli  animali sacri ai Sàmi: le renne, gli orsi, i lupi.

Nella cosmogonia Sàmi gli sciamani, grazie al suono dei loro tamburi, mettevano in connessione i “mondi” (le dimensione terrena con quella della terra e del cielo) facendosi messaggeri e tramite tra le dimensioni invisibili della realtà e quelle visibili

“Qui 
al cielo blu
alla breve estate
gli uccelli cantano
il Sami
con il vento in faccia”

(Nils-Aslak Valkeapaa)

E’ affascinante questo fortissimo legame dei Sàmi con la terra, i luoghi, la natura, a dispetto della durezza del clima, almeno ai nostri occhi di cittadini abituati ad ogni tipo di comfort.

Eppure, in quel clima aspro e impegnativo vi è tanta bellezza custodita nella memoria delle generazioni di uomini e donne che hanno saputo trovare spazio di vita in una terra coperta dalla neve nella più parte dei mesi.

Ciò che agli occhi di uno straniero può apparire solo come un paesaggio naturale magari anche selvaggio e affascinante, è per i locali Sàmi un paesaggio culturale vivente.

Esso rappresenta la memoria di moltissime generazioni.

I Sàmi oggi conducono le loro vite tra le comodità moderne, eppure io ho percepito anche tra le generazioni più giovani l’amore per la storia e la cultura di questo popolo antico, insieme al desiderio di celebrare le tradizioni, il rispetto e l’amore per la natura.

Il pannello all’ingresso del museo Sàmi dice ancora sui luoghi:

(….)

L’importanza dei luoghi e dei nomi dei luoghi

Il nome di un luogo è un segno di vita, un pezzo di storia.

Il nome non è nulla di speciale in sé

qualcuno ha battezzato la baia e le sue spiagge sabbiose

ma è così che si dà il nome ad una persona

un padre dà il nome a sua figlia

una madre a suo figlio

questi luoghi sono più vecchi

di qualsiasi altra persona

queste terre sono i nostri figli

(Matti Morottaja)

Aurora Boreale

Una delle ragioni per cui desideravo visitare il Nord nella stagione invernale era ammirare l’aurora boreale.

Un sogno che si è avverato perché quasi ogni sera abbiamo potuto assistere allo spettacolo fantasmagorico dell’aurora, e un giorno soprattutto, guidati da un “cacciatore” di aurore abbiamo potuto ammirare uno degli spettacoli più intesi di quelle settimane, confermato anche dai locali.

Cos’è l’Aurora Boreale?

Rinviando ad approfondimenti su siti specializzati, qui di seguito in breve.

Gli elettroni solari sono distribuiti nello spazio in forma di vento solare. Quando raggiungono la parte più alta dell’atmosfera terrestre, gli elettroni interagiscono con gli atomi di ossigeno e nitrogeno all’altezza di circa 100 km, creando l’Aurora Boreale che vediamo sulla Terra.

Le sfumature di colore rosso e verde si formano allorché gli elettroni del sole collidono con gli atomi dell’ossigeno, mentre i colori viola e blu dell’aurora si creano nella collisione tra gli elettroni del sole e gli atomi di nitrogeno.

Il campo magnetico della terra indirizza i venti solari verso un’area, detta aurorale, vicina alle regioni magnetiche polari.

da un pannello del museo di Inari della Cultura Sàmi

Alla spiegazione scientifica, che è già di per sè affascinante, mi piace affiancare anche la versione mitica (una fra le molte) della leggenda Sàmi sull’Aurora.

Secondo un antico mito Sami, a creare l’Aurora Boreale sarebbe una volpe che, correndo velocemente sulle alture artiche, colora il cielo con le scintille che scaturiscono dal contatto tra la sua coda e la fitta coltre di neve.

fonte web

E per finire, l’esperienza di questo viaggio per me, ma credo anche per i miei compagni, si è sviluppata su più piani.

E’ stata un’esplorazione sensoriale ed emozionale.

I colori

Su tutti,  il bianco: che calma, svuota la mente, amplia lo sguardo. Fa vuoto.

Il violetto delle infinite albe, l’arancione pallido dei lunghi tramonti.

Il buio, profondo, siderale, delle notti stellate.

Il verde psichedelico e ultraterreno dell’aurora boreale.

Le sensazioni del corpo

Lo scricchiolio perenne della neve sotto i piedi mentre cammini.

Il freddo secco e pungente dell’aria che entra nel naso.

Le mani che diventano presto semi congelate appena togli i guanti.

Il calore del fuoco acceso che fa nuovamente scorrere il sangue nelle vene.

L’odore del muschio e della corteccia di betulla.

Le emozioni emerse

Stupore

Gioia

Incredulità

Eccitazione

Gratitudine

I pensieri, il lavorio mentale, la traduzione in parole di quanto esperito, lassù mi venivano difficili. Mi sembrava di non trovare alfabeti per spiegare, e per la verità non ne sentivo il bisogno impellente.

La mente pensante leggera, e se pure c’era qualcosa che richiedesse una elaborazione più complessa, esaurivo velocemente il compito. Era più urgente tornare alla contemplazione. All’immersione nel bianco e nel violetto del crepuscolo. Alla carezza leggera del lichene. Al fuoco nella tenda.

Un’esperienza di purificazione che si è manifestata soprattutto di notte.

Ne parlavamo la mattina riuniti a colazione prima di uscire con i compagni di viaggio: le notti sono state spesso accompagnate da molti sogni, alcuni anche ricchissimi di significati attinenti a fasi cruciali della vita vissuta. In altri casi sonni agitati, notti insonni.

Gli spazi ampi, il bianco ovunque, il freddo hanno forse fatto vuoto nelle menti  lasciando spazio all’inconscio che si è potuto manifestare.

Per andare verso l’ignoto, come titola la canzone Dovdameahttumii dell’artista Sàmi Ingá-Máret Gaup-Juuso.

Dovdameahttumii (Verso l’ignoto, nella traduzione di Jani Saunamäki dal Sàmi al finlandese tuntemattomaan).

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Attenzione!

Natura e parola poetica

ISTRUZIONI PER VIVERE UNA VITA

Istruzioni per vivere una vita

Presta attenzione.

Stupisciti.

Parlane.

(Mary Oliver)

Guardare alla natura con occhi diversi, più attenti, curiosi e appassionati ha significato, per me, comprendere l’importanza, anzi potrei dire la necessità, della parola poetica.

Le emozioni intense esperite quando riesco a sentire la natura e a sentirmi natura diventano materia viva nella parole di poeti e poete con cui sento una sintonia profonda.

La bellezza della poesia che trova nella natura la sua ispirazione è un tesoro a cui non posso rinunciare. Mi sembra infatti che frequentando con assiduità la poesia il mio sguardo si faccia più attento, e così la capacità di cogliere i dettagli, di percepire i colori, i suoni, anche ciò che è invisibile agli occhi.

Una diversa intensità.

Ho dunque iniziato, come avviene per la letteratura e gli autori a cui ci appassioniamo, con un poeta che poi mi ha portato verso altri poeti e poete e così via, seguitando a costruire una specie di tela di ragno che diventa sempre più grande, in cui il ragno (che sarei io..e pensare che il ragno non è animale che mi ispira tutta questa simpatia, chissà da dove è uscita questa metafora!) si muove nel suo territorio con agilità ed esplora il mondo attorno a sé.

Ho scelto questa poesia di Mary Oliver, poeta americana che ha trovato nella fusione con la natura la sua personale esperienza di sopravvivenza, per aprire questa sezione del blog dedicata alla poesia.

“Istruzioni per vivere una vita”, nella sua essenzialità e brevità, descrive con estrema potenza la modalità attraverso cui oggi mi relaziono con la natura e dunque mi piace considerarla come una sorta di “motto”, una visione ispiratrice.

Prestando attenzione, lasciandomi cogliere dallo stupore per la meraviglia di ciò che mi circonda, sentendo nascere dentro di me la voglia di parlarne, proseguo nell’esplorazione della natura e dei paesaggi che attraverso.
E allora..

Buon viaggio e buone esplorazioni !
Elena