Rigenerarsi in natura

Ogni paesaggio naturale ci “parla” una lingua che risuona con gli stati d’animo che ci abitano nei diversi momenti della nostra vita.

Contemplare e connettersi con i paesaggi naturali è come mettersi dinanzi ad uno specchio in cui possiamo cogliere aspetti di noi stessi con delicatezza e chiarezza.

Se ci poniamo in relazione dialogica con il paesaggio o il singolo elemento naturale, e lo consideriamo non tanto come uno sfondo, un contesto, un oggetto a nostra disposizione, quanto piuttosto come un interlocutore, ecco che possiamo dar vita ad una relazione.

Il punto di partenza imprescindibile per avviare questo dialogo è che dobbiamo sentirci bene, a nostro agio, con il paesaggio naturale che stiamo incontrando. Non dobbiamo, cioè, percepire alcun pericolo o minaccia. Al contrario, se ci sentiamo accolti, da quel bosco, riva di torrente, spiaggia, angolo di parco in cui ci immergiamo, sapremo cogliere sfumature preziose e arricchenti.

Lago Miserin – Valle d’Aosta

La natura ha un potere rigenerativo come dimostrato da una molteplicità di studi e ricerche: stare a contatto con la natura produce effetti benefici sulla salute fisica (ad esempio, riduzione dei livelli di cortisolo, che è l’ormone dello stress, regolarizzazione del ritmo cardiaco, del ritmo del respiro e della pressione sanguigna) e psichica (ad esempio la riduzione dei livelli elevati di stress associati ad uno stile di vita competitivo e dominato dalla tecnologia).

Il contatto con la natura, fatto con consapevolezza, con l’apertura di tutti i nostri canali sensoriali e preferibilmente in silenzio (anche se non necessariamente in solitudine) ci predispone a cogliere i molteplici dettagli che ci circondano, a percepire anche messaggi sottili, legati ad una dimensione meno razionale della percezione.

Questo atteggiamento di attenzione e ascolto si esprime verso ciò che è fuori (eco) e naturalmente poi anche verso ciò che è dentro (psiche) di noi.

la Valle di Champorcher in autunno – Valle d’Aosta

È possibile ritrovare, con l’esperienza diretta sensoriale, corporea, emotiva e consapevole, il senso di appartenenza alla famiglia terrestre, ed è grazie a questa ritrovata consapevolezza di appartenenza che:

  • ci sentiamo spinti ad agire per preservare la nostra “casa”, il nostro meraviglioso pianeta Terra
  • sperimentiamo una nuova motivazione a cambiare il nostro modo di vivere le relazioni con i paesaggi in cui viviamo
  • cominciamo a domandarci che cosa possiamo fare, in che modo possiamo mettere a disposizione i nostri talenti (eh sì, proprio quelli!) per migliorare la qualità della relazione con noi stessi, in primis, e poi con l’altro: i nostri simili Sapiens, i nostri simili animali, il mondo vegetale e tutti gli elementi naturali con cui entriamo in contatto.
  • diventa via via più chiaro che conoscere, rispettare, preservare e amare la natura significa proteggere noi stessi, amarci, vivere con maggiore intensità e sentirci parte di una comunità vivente ampia e diversificata.
Il mio luogo del cuore

Proprio con questo spirito, questa estate 2025 ho accettato di collaborare con l’ideatrice di un progetto di valorizzazione di un angolo di Valle d’Aosta a cui sono molto legata, la Valle di Champorcher. L’iniziativa è molto ben descritta nell’interessante sito Au fil del l’eau grazie alle molte informazioni accurate su natura, storia e cultura della valle, alle immagini suggestive e ai dettagli per ognuna delle tappe del percorso che parte dal centro abitato di Pontboset e arriva a Champorcher.

La home page del sito presenta con chiarezza gli intenti del progetto:

“Questo sentiero non è solo un percorso tra villaggi, boschi e torrenti. È un invito a rallentare, ad ascoltare il paesaggio e ciò che risveglia dentro di noi.

Come l’acqua, anche la vita in montagna segue vie silenziose ma tenaci:
si adatta, scava, connette.

Seguendo Au fil de l’eau, scoprirete come le comunità di Pontboset e Champorcher abbiano imparato a vivere in dialogo con la Natura, tra la fatica del quotidiano e la bellezza della contemplazione. Ogni tappa racconta una necessità umana: abitare, nutrirsi, proteggersi, credere, ricordare, custodire.”

Sono felice e grata di aver dato il mio contributo alla ideazione degli “inviti” ad esplorare ogni tappa del percorso Au fil de l’eau con attenzione, occhi nuovi, consapevolezza e la gioia che ogni incontro bello può donarci.

Un modo per me per ringraziare un luogo naturale a cui sono molto legata e che amo profondamente.

I consigli di lettura dell’Albero Maestro

Michael J. Cohen, Ed. D

Reconnecting with nature

Finding wellness through restoring your bond with the Earth

Ecopress Corvallis, Oregon (1997)

Marcella Danon

Clorofillati. Ritornare alla Natura e rigenerarsi

Urra Feltrinelli (2019)

Yoshifumi Miyazaki

Shinrin-yoku.

La teoria giapponese del bagno di foresta per ritrovare il proprio equilibrio

Gribaudo (2018)

Science proves what we all know: Nature is Good for your Health!

Is Nature the Prescription for Better Mental Health?

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!

Classificazione: 1 su 5.

Viaggio nell’inverno del Nord

Dopo la pausa forzata di questi ultimi anni, nella scelta della destinazione del primo “vero” viaggio del 2023 ho seguito la mia attrazione per la Natura, gli spazi ampi, il silenzio.

Alcuni viaggi fatti in passato, insieme a letture più recenti (soprattutto lo scrittore paesaggista americano Barry Lopez di cui ho già parlato in un precedente articolo), hanno fatto ruotare la bussola verso il Nord del nostro continente. Oltre il parallelo che delimita il Circolo Polare Artico, nella regione della Lapponia Finlandese, più precisamente sul lago Inari, terra del popolo Sàmi (o Sampi).

“Per gli esseri umani, vivere nel nord significa incontrare il mondo invisibile e confrontarsi con la consapevolezza profonda di non poter controllare la natura e la vita.

Per questo le persone cercano spazi che li aiutino a connettersi con l’inesplicabile e l’assenza di parole.

Anche nella loro vita di tutti i giorni.

Per i Sàmi, i paesaggi, i luoghi, hanno sempre avuto i loro spazi sacri, ad esempio l’isola di Ukonsaari all’interno del lago Inarijarvi”.

Queste parole, che ho ricopiato da un pannello posto nel bellissimo museo di Inari e dedicato alla cultura Sami (Siida – Sami Museum / Nature Centre) esprimono molto bene alcune delle riflessioni che ho fatto durante e dopo il viaggio.

Le temperature estreme, le condizioni di vita difficili, la poca luce delle giornate invernali, tutto riconduce all’essenzialità e alla conservazione delle energie.

Per i Sàmi, presenti nelle terre artiche del nord Europa dall’età del ferro, dediti al nomadismo fino ai primi del ‘900, vivere a queste latitudini ha significato sviluppare una cultura tenace, ingegnosa, pratica, in profonda sintonia con l’ambiente.

I Sàmi sono una minoranza presente nei territori di 4 paesi (Russia, Finlandia, Norvegia e Svezia), l’unica popolazione che è stata riconosciuta come un popolo indigeno dall’unione europea (proprio a Inari c’è  anche il Parlamento Sàmi).

Le origini, il linguaggio e cultura Sàmi sono radicate nella relazione tra le comunità umane e la natura (la terra, le acque, le foreste, gli animali) in una visione del mondo spirituale di tipo animista. Molti gli  animali sacri ai Sàmi: le renne, gli orsi, i lupi.

Nella cosmogonia Sàmi gli sciamani, grazie al suono dei loro tamburi, mettevano in connessione i “mondi” (le dimensione terrena con quella della terra e del cielo) facendosi messaggeri e tramite tra le dimensioni invisibili della realtà e quelle visibili

“Qui 
al cielo blu
alla breve estate
gli uccelli cantano
il Sami
con il vento in faccia”

(Nils-Aslak Valkeapaa)

E’ affascinante questo fortissimo legame dei Sàmi con la terra, i luoghi, la natura, a dispetto della durezza del clima, almeno ai nostri occhi di cittadini abituati ad ogni tipo di comfort.

Eppure, in quel clima aspro e impegnativo vi è tanta bellezza custodita nella memoria delle generazioni di uomini e donne che hanno saputo trovare spazio di vita in una terra coperta dalla neve nella più parte dei mesi.

Ciò che agli occhi di uno straniero può apparire solo come un paesaggio naturale magari anche selvaggio e affascinante, è per i locali Sàmi un paesaggio culturale vivente.

Esso rappresenta la memoria di moltissime generazioni.

I Sàmi oggi conducono le loro vite tra le comodità moderne, eppure io ho percepito anche tra le generazioni più giovani l’amore per la storia e la cultura di questo popolo antico, insieme al desiderio di celebrare le tradizioni, il rispetto e l’amore per la natura.

Il pannello all’ingresso del museo Sàmi dice ancora sui luoghi:

(….)

L’importanza dei luoghi e dei nomi dei luoghi

Il nome di un luogo è un segno di vita, un pezzo di storia.

Il nome non è nulla di speciale in sé

qualcuno ha battezzato la baia e le sue spiagge sabbiose

ma è così che si dà il nome ad una persona

un padre dà il nome a sua figlia

una madre a suo figlio

questi luoghi sono più vecchi

di qualsiasi altra persona

queste terre sono i nostri figli

(Matti Morottaja)

Aurora Boreale

Una delle ragioni per cui desideravo visitare il Nord nella stagione invernale era ammirare l’aurora boreale.

Un sogno che si è avverato perché quasi ogni sera abbiamo potuto assistere allo spettacolo fantasmagorico dell’aurora, e un giorno soprattutto, guidati da un “cacciatore” di aurore abbiamo potuto ammirare uno degli spettacoli più intesi di quelle settimane, confermato anche dai locali.

Cos’è l’Aurora Boreale?

Rinviando ad approfondimenti su siti specializzati, qui di seguito in breve.

Gli elettroni solari sono distribuiti nello spazio in forma di vento solare. Quando raggiungono la parte più alta dell’atmosfera terrestre, gli elettroni interagiscono con gli atomi di ossigeno e nitrogeno all’altezza di circa 100 km, creando l’Aurora Boreale che vediamo sulla Terra.

Le sfumature di colore rosso e verde si formano allorché gli elettroni del sole collidono con gli atomi dell’ossigeno, mentre i colori viola e blu dell’aurora si creano nella collisione tra gli elettroni del sole e gli atomi di nitrogeno.

Il campo magnetico della terra indirizza i venti solari verso un’area, detta aurorale, vicina alle regioni magnetiche polari.

da un pannello del museo di Inari della Cultura Sàmi

Alla spiegazione scientifica, che è già di per sè affascinante, mi piace affiancare anche la versione mitica (una fra le molte) della leggenda Sàmi sull’Aurora.

Secondo un antico mito Sami, a creare l’Aurora Boreale sarebbe una volpe che, correndo velocemente sulle alture artiche, colora il cielo con le scintille che scaturiscono dal contatto tra la sua coda e la fitta coltre di neve.

fonte web

E per finire, l’esperienza di questo viaggio per me, ma credo anche per i miei compagni, si è sviluppata su più piani.

E’ stata un’esplorazione sensoriale ed emozionale.

I colori

Su tutti,  il bianco: che calma, svuota la mente, amplia lo sguardo. Fa vuoto.

Il violetto delle infinite albe, l’arancione pallido dei lunghi tramonti.

Il buio, profondo, siderale, delle notti stellate.

Il verde psichedelico e ultraterreno dell’aurora boreale.

Le sensazioni del corpo

Lo scricchiolio perenne della neve sotto i piedi mentre cammini.

Il freddo secco e pungente dell’aria che entra nel naso.

Le mani che diventano presto semi congelate appena togli i guanti.

Il calore del fuoco acceso che fa nuovamente scorrere il sangue nelle vene.

L’odore del muschio e della corteccia di betulla.

Le emozioni emerse

Stupore

Gioia

Incredulità

Eccitazione

Gratitudine

I pensieri, il lavorio mentale, la traduzione in parole di quanto esperito, lassù mi venivano difficili. Mi sembrava di non trovare alfabeti per spiegare, e per la verità non ne sentivo il bisogno impellente.

La mente pensante leggera, e se pure c’era qualcosa che richiedesse una elaborazione più complessa, esaurivo velocemente il compito. Era più urgente tornare alla contemplazione. All’immersione nel bianco e nel violetto del crepuscolo. Alla carezza leggera del lichene. Al fuoco nella tenda.

Un’esperienza di purificazione che si è manifestata soprattutto di notte.

Ne parlavamo la mattina riuniti a colazione prima di uscire con i compagni di viaggio: le notti sono state spesso accompagnate da molti sogni, alcuni anche ricchissimi di significati attinenti a fasi cruciali della vita vissuta. In altri casi sonni agitati, notti insonni.

Gli spazi ampi, il bianco ovunque, il freddo hanno forse fatto vuoto nelle menti  lasciando spazio all’inconscio che si è potuto manifestare.

Per andare verso l’ignoto, come titola la canzone Dovdameahttumii dell’artista Sàmi Ingá-Máret Gaup-Juuso.

Dovdameahttumii (Verso l’ignoto, nella traduzione di Jani Saunamäki dal Sàmi al finlandese tuntemattomaan).

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!