La vita segreta dei funghi

Sintonizzarmi con gli stati d’animo suscitati dalle varie stagioni dell’anno è una pratica che ho imparato a coltivare con consapevolezza e attenzione negli ultimi anni.

Sentiamo spesso più familiarità con una determinata stagione che sembra avere effetti benefici sulle nostre sensazioni fisiche e sulle emozioni che ci abitano.

La diversa inclinazione della luce, la temperatura dell’aria, i colori mutevoli delle stagioni: tutto contribuisce a farci sentire più (o meno) bene con l’avvicendarsi delle stagioni.

Quanto a me, la primavera e l’autunno –  stagioni di mezzo – sono quelle in cui mi sento  meglio energeticamente, nel corpo e a livello psichico.

La primavera mi stupisce con lo spettacolo delle prime timide gemme e il lento rinverdirsi delle piante, ma è in autunno che mi sento davvero “a casa”, e a pensarci bene era così anche da bambina.

Dell’autunno mi attrae tutto, anche i sapori, e tra questi il gusto dei funghi mi ricorda al meglio la terra umida e profumata dei boschi di ottobre e novembre.

La mia passione per i funghi è cresciuta, e non poco, dopo la lettura del libro di Merlin Sheldrake, “L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi”: alla curiosità e all’attrazione si è unito lo stupore per le conoscenze apprese sul Micelio.

Il sito dell’autore ne riporta questa breve nota biografica:

“Merlin Sheldrake è biologo, scrittore e oratore con una formazione in botanica, microbiologia, ecologia e storia e filosofia della scienza. Ha conseguito un dottorato di ricerca in ecologia tropicale presso l’Università di Cambridge per il suo lavoro sulle reti fungine sotterranee nelle foreste tropicali di Panama (…).

La ricerca di Merlin spazia dalla biologia fungina, alla storia dell’etnobotanica amazzonica, al rapporto tra suono e forma nei sistemi risonanti. Appassionato birraio e fermentatore, è affascinato dalle relazioni che si instaurano tra gli esseri umani e gli organismi più che umani. È un musicista e si esibisce al pianoforte e alla fisarmonica”.

Il libro di Merlin Sheldrake ha aperto vasti e inediti orizzonti che hanno cambiato le mie prospettive sui funghi e sulla loro importanza per la vita del nostro pianeta.

Il mondo senza funghi è semplicemente inconcepibile, cioè non potrebbe esistere. Anche noi esseri umani non potremmo esistere senza funghi: sono nostri compagni di viaggio nel corso della vita, sono parte del nostro corpo.

I funghi che incontriamo passeggiando nel bosco sono i frutti “emersi” e gli organi riproduttivi di una struttura biologica complessa ed estremamente sofisticata che sta sottoterra e che si chiama il Micelio.

Il Micelio è un vero e proprio reticolo sotterraneo di tubicini sottilissimi che può raggiunge anche chilometri di lunghezza ed esplora incessantemente il suolo alla ricerca di nutrienti.

Così facendo, il Micelio attiva processi di cooperazione e di competizione, a volte anche contemporaneamente, con le strutture biologiche presenti nel suolo, ad esempio le radici di piante ed alberi.

Suzanne Simard , autrice del libro “L’albero Madre”, ha proprio esplorato il tema della relazione simbiotica tra betulla, abete e una specie di fungo (ne ho parlato in un mio precedente articolo). Una relazione che consente, in quel caso, a tutti gli attori in gioco di prosperare.

Ciò che colpisce e affascina è l’ingegnosa abilità del Micelio di adattarsi alle situazioni e attuare strategie che possono prevedere la simbiosi con altre forme viventi, ovvero relazioni parassitarie e mutualistiche, in cui lo scambio non è, per così dire, equo (a vantaggio del Micelio, di solito).

Le relazioni tra funghi e piante danno vita alle Micorrize, che l’Enciclopedia Treccani definisce così:

“Fungo che vive in simbiosi con le radici di talune piante, svolgendo compiti essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi. Le strutture formate dall’associazione di radici e funghi simbionti sono descritte come micorrize, diverse morfologicamente e per significato funzionale”

L’universo dei funghi (e dei licheni) offre anche spunti affascinanti sia per l’importanza ecosistemica che essi ricoprono sia perché sentiamo nascere profonde riflessioni sulla nostra stessa esistenza e sul modo in cui entriamo in connessione con la realtà.

Studiare il Micelio ci apre ad un “continente di possibili opinioni”, come lo stesso autore ha dichiarato in un’intervista, e ci costringe a confrontarci con le modalità per certi versi ambigue delle connessioni fungine, per nulla scontate. 

Allo stesso modo non si può provare che stupore nello scoprire come il Micelio riesca, in esperimenti ben descritti nel libro, a creare infrastrutture di esplorazione “intelligente” (dove per intelligente qui intendiamo efficiente ed efficace) del suolo, che replicano alcune realizzazioni dell’intelletto umano, per esempio le reti metropolitane delle grandi città che collegano più punti.

Come è possibile che ciò avvenga?  

Il fungo non ha un cervello che impartisce istruzioni da un centro.

In natura esistono forme di intelligenza “diffusa” a tutto l’organismo e il micelio è un esempio stupefacente di questo meccanismo.

Ma forse, ed è qui che il libro inizia a far nascere nel lettore molte domande, almeno per me è stato così, questo stesso meccanismo opera per altre forme di vita.

Forse anche noi esseri umani, che pure abbiamo un super cervello, sentiamo che le modalità attraverso cui entriamo in relazione con l’altro da noi, e prendiamo decisioni, avvengono anche grazie all’intelligenza del nostro corpo e del nostro intuito.

Il libro di Sheldrake è una scoperta avvincente, capitolo dopo capitolo, e permette di rimediare a quella “cecità fungina” (fungal blindess) che affligge l’opinione pubblica e forse anche parte della comunità scientifica.

Va detto che negli ultimi anni è molto cresciuto l’interesse per l’universo dei funghi e dei licheni, altre strabilianti creature del mondo naturale (da Wikipedia: i licheni sono organismi costituiti dall’associazione simbiontica di Funghi e di Alghe, con un tallo di forme diverse – L. gelatinosi, filamentosi, crostosi, fogliosi e fruticosi – e di colori diversi – dal bianco al rosso al nero. Vivono sugli alberi, sulle rocce e negli habitat più inospitali della Terra).

Le ragioni di questo crescente interesse verso funghi e licheni sono molteplici: dalle applicazioni in ambito di bonifica ambientale, al settore delle costruzioni, all’impiego in agricoltura, alla realizzazione di tessuti, all’utilizzo farmacologico. Quest’ultimo, noto dalla notte dei tempi e utilizzato ampiamente nelle culture aborigene a qualsiasi latitudine per scopi medicali e rituali, riscontra un rinnovato interesse nella medicina ufficiale per alcune recenti e promettenti evidenze nella cura di depressioni gravi.

Del resto, come specie, abbiamo incrociato i funghi in alcune fasi cruciali della nostra storia evolutiva: nella selezione naturale dei primati, i nostri progenitori, vi è stato un passaggio in cui l’organismo delle scimmie ha sviluppato la capacità genetica di metabolizzare l’alcol.

Questo è accaduto quando le scimmie sono scese dagli alberi (un passaggio determinante per la storia dell’evoluzione) e hanno iniziato a nutrirsi della frutta caduta dai rami.

Nel processo di evoluzione genetica delle scimmie, nuovi potenti enzimi digestivi, in precedenza non necessari, hanno permesso ai nostri progenitori di metabolizzare l’etanolo che si produce attraverso il processo di fermentazione della frutta marcia.

Fermentazione che avviene attraverso i lieviti, una specie di funghi.

Non c’è una sola pagina di questo libro che non mi abbia esaltato. Al rigore scientifico in materia micologica ed ecologica, Sheldrake unisce curiosità, talento narrativo e la capacità di aprire porte, di porre domande, di osservare la realtà in prospettiva sistemica.

L’Epilogo dell’opera, intitolato Compost, inizia con un omaggio a San Francesco D’Assisi, con cui chiuderò questo articolo:

“Le nostre mani assorbono come radici, quindi le poso su ciò che è bello in questo mondo”.

https://www.merlinsheldrake.com/

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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L’intelligenza della foresta

Qui, nel bosco, i miei occhi ci vedono meglio e a maggior distanza.

Lo sguardo si allarga e allo stesso tempo coglie infiniti dettagli di colori, forme, movimenti.

Sento bene, anche i suoni più lontani, gli scricchiolii, i fruscii.

La pelle mi sembra molto sensibile al contatto, a temperatura e umidità.

Attraverso il naso colgo nuovi odori, a molti non so dare un nome.

Assaggio un lampone còlto tra i rovi di un sentiero di montagna, e sento le papille gustative fare festa.

Immergermi in uno spazio naturale che mi attrae è un’esperienza anzitutto fisica e sensoriale.

La poeta americana Mary Oliver invita a praticare l’esperienza di relazione con l’altro da noi (ma credo valga anche a proposito della relazione con noi stessi) seguendo alcune lapidarie istruzioni nei versi di “Istruzioni per vivere una vita“:

Istruzioni per vivere una vita

Presta attenzione
Stupisciti
Parlane

(Mary Oliver)

Mary Oliver si riferisce all’incontro con la natura come esperienza di pratica dello stupore.

Le occasioni per dedicarsi a tale pratica sono innumerevoli, quotidiane.

Può bastare anche un giardino o un piccolo balcone, oppure il cielo sopra di noi se non vi è modo di perdersi in un bosco o su una spiaggia battuta dal vento.

La curiosità che nasce dall’incontro con la natura spinge in territori affascinanti anche l’intelletto e la creatività, come avviene a biologi, ecologi, artisti e poeti.

Uno sguardo ampio e curioso che ho trovato in entrambi i libri di cui parlerò in questo e nel prossimo articolo, due nuove foglie nella mia personale bibliografia arborea (i primi due libri di cui ho scritto sono in precedenti articoli qui sul mio blog).

Per chi decidesse di leggerli entrambi Il mio suggerimento è, se possibile, di non far passare troppo tempo tra uno e l’altro, l’ordine invece non ha alcuna importanza.

Sono opere molto diverse per stile, tono e visione. E in parte anche per alcune conclusioni a cui giungono.

Proprio queste differenze li rendono ai miei occhi entrambi così interessanti.

Una “polifonia” che arricchisce e amplia lo sguardo.

Partirò dal libro di Suzanne Simard, “L’albero Madre”.

 “L’Albero Madre. Alla scoperta del respiro e dell’intelligenza della foresta”.

di Suzanne Simard

Editore : Mondadori, Strade Blu

479 pagine

L’espressione Wood Wide Web, in assonanza con la più nota definizione di Internet che tutti conosciamo (World Wide Web), apparve nel 1997 quando la rivista Nature dedicò una copertina all’articolo scritto da Suzanne Simard et al.  “Net transfer of carbon between ectomycorrhizal tree species in the field” (che traduco in: Trasferimento netto di carbonio sul campo tra specie arboree ectomicorriziche).

Per chi fosse interessato nelle note il link all’articolo originale di Nature del 1997.

L’espressione Wood Wide Web rimanda con efficacia e semplicità al concetto di Internet: una rete interconnessa che collega tra loro molti punti.

Grazie a questa similitudine è diventato più chiaro, anche ad un pubblico di non specialisti (come me), che nel suolo esiste una rete complessa e sofisticata, il micelio fungino, attraverso la quale alberi e piante sono in connessione tra di loro.

Un tema, quello delle reti micorriziche, di crescente interesse nel mondo scientifico e non solo.

Radici possenti di una Sequoia nel Parco dello Yellowstone (USA)

Simard, oggi professoressa presso il Dipartimento di Scienze Forestali e della Conservazione dell’Università della Columbia Britannica in Canada, ha dedicato l’intera vita ad esplorare questo filone di studio: le sue ricerche hanno indagato i processi di comunicazione biochimici che avvengono nei reticoli fungini.

La passione di Suzanne Simard per le foreste trae origine anche dalla sua biografia: la biologa è nata in una famiglia di boscaioli, coloni di origine francese insediatisi nel Canada Nord Occidentale fin dai primi del ‘900.

Suzanne cresce tra le conifere, impara a conoscere, ad amare e provare rispetto per gli alberi: in un passaggio divertente del libro l’autrice racconta che da piccola le piaceva mangiare la terra perché aveva un buon sapore.

Sono convinta che questa sua connessione fisica, direi simbiotica, con la foresta, il suo essere letteralmente cresciuta come un impasto fatto di terra e radici, abbia alimentato la sua curiosità.

Il seme delle ricerche a cui dedicherà una vita intera si sviluppa a partire dalle sue osservazioni, prima ancora che dagli studi di ecologia forestale.

All’epoca (parliamo di anni a cavallo tra il 1970 a il 1980) le politiche governative canadesi prescrivevano l’impiego di trattamenti chimici successivi ai tagli forestali.

L’obiettivo delle pratiche era favorire la crescita veloce di nuovi alberi destinati al taglio per rendere molto produttiva la foresta: per ottenere questo risultato venivano eliminate le specie arboree che si riteneva fossero in competizione con gli abeti per nutrienti e luce.

Simard aveva intuito che rimuovere alcuni alberi (in particolare le betulle), poco “interessanti” dal punto di vista dell’industria del legname, per favorire la crescita più veloce di plantule di abeti in sostituzione di quelli tagliati, sembrava controproducente per le conifere.

Tra le radici di betulle e abeti, anche grazie alla rete di micorrize fungine, avvengono infatti processi di scambio di nutrienti utili per le specie arboree, e particolarmente importanti per le plantule di abete.

A questa conclusione erano giunte in precedenza altre importanti ricerche: ciò che Simard riuscì a dimostrare, attraverso un lungo e faticoso lavoro fatto sul campo nelle foreste canadesi, è che gli impianti radicali delle plantule di abeti ricevono carbonio, nutriente fondamentale per la loro crescita, dalle radici delle betulle circostanti.

Il passaggio avviene attraverso i canali micorrizici fungini, veri e propri tubicini sottilissimi attraverso cui il micelio si espande e prospera nel suolo.

Per micorriza (dal greco antico: μύκης, mýkēs, «fungo» e ῥίζα, rhiza, «radice») si intende un particolare tipo di associazione simbiotica tra un fungo e una pianta superiore, localizzata nell’ambito dell’apparato radicale del simbionte vegetale, e che si estende per mezzo delle ife o di strutture più complesse come le rizomorfe, nella rizosfera e nel terreno circostante (fonte Wikipedia).

La rete micorrizica nei casi studiati da Simard è quindi una infrastruttura che mette (anche) in comunicazione gli alberi tra di loro, pur se di specie diverse, come abeti e betulle.

Sulla natura di queste connessioni si aprono orizzonti ampi e intriganti, ma su questo punto tornerò nel prossimo articolo sul bellissimo libro di Merlin Sheldrake “L’ordine nascosto. la vita segreta dei funghi”.

L’Albero Madre di Suzanne Simard è un’autobiografia avvincente in cui l’intreccio tra vicende personali, affetti, alterne fasi di carriera universitaria, lunghe ed estenuanti ricerche sul campo, riflessioni personali e intuizioni si impastano.

E’ il racconto di una vita intera dedicata alla ricerca e alla comprensione dei meccanismi che fanno delle foreste organismi sistemici, interconnessi, di grande complessità per gli studiosi perché non è semplice osservare e analizzare quello che avviene sottoterra.

Le foreste come super-organismi in cui gli alberi più longevi (quelli che Simard chiama Alberi Madre) sembrano avere un ruolo specifico nel processo di mantenimento di equilibri delicati nell’ecosistema boschivo.

La Quercia delle Streghe di Capannori (Lucca), uno splendido albero monumentale di circa 700 anni

I popoli nativi di quelle terre, come di tutte le terre del nostro pianeta, lo hanno sempre saputo grazie ad una forma di intelligenza pre-scientifica, intuitiva, olistica.

Simard, dal suo punto di osservazione di studiosa, riconosce e abbraccia quella saggezza ancestrale.

“Non ho la pretesa di afferrare completamente il sapere degli aborigeni. Deriva da un modo di conoscere la terra – un’epistemologia – diversa da quella della mia cultura. Parla di essere in sintonia con la fioritura della Lewisia rediviva, la corsa dei salmoni, le fasi della luna. Della consapevolezza che siamo legati alla terra – le piante, gli animali, il suolo, l’acqua – e gli uni agli altri, e che abbiamo la responsabilità di avere cura di queste connessioni e delle risorse, assicurando la sostenibilità degli ecosistemi per le future generazioni e per onorare chi ci ha preceduto. Di andarci piano, di prendere solo i doni i cui abbiamo bisogno e dare qualcosa in cambio. Di mostrare umiltà e tolleranza per tutto ciò a cui siamo connessi in questo ciclo vitale. (…) Possiamo confrontare le condizioni della terra là dove è stata smembrata e ogni risorsa considerata indipendente dal resto, e là dove la si è accudita secondo il principio secwwepmec del k’weseltktnews (“siamo tutti connessi”) o il concetto salish di nècà?mat ct (“siamo una cosa sola”)”

Pagine 392-393 L’Albero Madre di Suzanne Simard – Mondadori

Dovremmo forse imparare a guardare alla natura con maggiore intimità, immaginazione, abbandono e intuito.

Mi sembra che la storia di Suzanne Simard ci insegni proprio questo, ad ascoltare il “sapere” che proviene dal nostro intuito, risultato della stratificazione di una saggezza tramandata dai nostri predecessori.

Nel suo caso, un intuito coltivato e approfondito con la scienza e l’ecologia forestale.

L’invito per noi è più semplicemente, umilmente e gioiosamente, porci in ascolto dell’altro da noi.

Altro umano e altro non umano. Non siamo da soli su questo pianeta. Possiamo comprendere, o forse anche solo intuire- che sarebbe già tanto – qualcosa di più sul mistero della vita sentendoci profondamente connessi con i nostri compagni di viaggio, quelli con gambe e braccia, zampe, ali, pinne e radici.

Contemplazione di un frassino in Valle D’Aosta

Una saggezza, quella della profonda interconnessione con la natura, che ritroviamo nelle “Western Inscription” scritte da Zhang Zai (1020-1077), filosofo cinese vissuto nell’epoca della dinastia Song ed esponente del neo-confucianesimo.

Il Cielo è mio padre e la Terra è mia madre

e anche io, una creatura così piccola, trovo un posto tra di loro.

Ciò che riempie l’Universo, lo considero come il mio corpo,

ciò che guida l’Universo lo considero come la mia natura.

Tutte le persone sono miei fratelli e sorelle,

e tutte le creature sono mie compagne.

Zhang Zai (1020-1077)

Nel prossimo articolo faremo un viaggio intrigante tra i funghi, creature misteriose e affascinanti da cui abbiamo molto da imparare.

Ci vediamo nel bosco.

NOTE

Articolo di Nature https://rdcu.be/dhYec

sito ufficiale di Suzanne Simard https://suzannesimard.com/?doing_wp_cron=1692624498.8882200717926025390625

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

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Canopie e poesia

Sono una grande appassionata di documentari naturalistici.  Secondo me chi lavora alla creazione di documentari sulla natura fa il lavoro più bello del mondo, anche se scomodo, magari pure pericoloso e faticoso.

In questi giorni ho visto un documentario avvincente sulle vicende di due gruppi di scimpanzé nelle foreste primordiali  Ngogo in Uganda. Tra le tante immagini affascinanti, una in particolare mi ha colpito.   

Il modo in cui gli scimpanzé indagano con il loro sguardo intelligente le chiome degli alberi.

Scrutano in alto alla ricerca di segnali, per scorgere eventuali intrusi o pericoli, per cercare la frutta di cui si cibano e altre prede, per trovare rifugio dalla pioggia al riparo di grandi foglie degli alberi tropicali o per mettersi in salvo quando scoppiano zuffe furibonde tra i maschi che danno sfoggio della loro forza.

Quello sguardo verso l’alto.

Quel desidero di salire e di avvicinarci al cielo.

Noi esseri umani abbiamo perso la capacità di muoverci agilmente tra i rami degli alberi, anche se da bambini gli alberi sono una calamita per arrampicate selvagge o maldestre. Poi per volare abbiamo inventato i palloni aerostatici e gli aeroplani.

Ma l’istinto che ci fa scrutare tra le fronde degli alberi rimane ed è quella curiosità che ha spinto l’autrice del secondo libro della mia bibliografia arborea a diventare una delle massime esperte delle volte forestali del nostro pianeta.

Tra la Terra e il Cielo. La vita segreta degli alberi.

di Nalini N. Nadkarni

Editore: Castelvecchi (Roma)

Nalini Nadkarni è una biologa ed ecologa americana specializzata nello studio delle chiome forestali. Si è concentrata nella comprensione dell’importanza delle canopie  per l’equilibrio ecologico delle foreste pluviali: è suo il 1° database mondiale –  il Big Canopy Database –  che raccoglie le informazioni sul numero e la morfologia delle volte forestali del pianeta.

Dunque una scienziata che opera in ambito accademico ed è anche pioniera nel portare l’educazione naturalistica al di fuori del mondo universitario.

Per esempio nelle carceri, oppure collaborando con scrittori, poeti, danzatori, musicisti e artisti visivi per comprendere e comunicare meglio le relazioni tra la natura e gli esseri umani.

Il suo obiettivo principale nel coinvolgimento di un pubblico più allargato è portare la scienza e gli scienziati alle persone che non hanno o non possono avere accesso ad essa nelle sedi tradizionali.

Nelle note a questo articolo ho inserito il link il sito dell’autrice (*) – in inglese – molto ricco di informazioni, articoli e studi.

Per conoscere e studiare le volte forestali ha imparato a scalare gli alberi delle foreste pluviali e questo le ha permesso di compiere le sue osservazioni tra i rami a molti metri di altezza da terra.

Mi sembra una prospettiva intrigante.

Arrampicarsi sugli alberi è un sogno che ha ispirato poeti, scrittori, registi cinematografici, studiosi. Anche architetti: ho letto che è possibile alloggiare per vacanza in case costruite sugli alberi. Quando vedo nei giardini le piccole casette per bambini costruite sugli alberi sento spesso un’attrazione, mi piacerebbe proprio arrampicarmi e osservare il mondo dall’alto, appollaiata ad un ramo come un uccello.

Anni fa durante un viaggio nelle regioni Baltiche sono stata su una piccola isola in Germania, Rugen.

Faggeta sull’Isola di Rugen – Germania

L’isola è verdissima e offre poetici scorci sul mare. Nel territorio di Rugen si può esplorare il   Parco Nazionale Jasmund che  accoglie il più vasto bosco ininterrotto di faggio selvatico della costa del Mar Baltico. La  faggeta di Jasmund è Patrimonio dell’Umanità Unesco come “Antica faggeta della Germania”.

Treetop Walk – Isola di Rugen – Germania

A Rugen ci vorrei proprio tornare per perdermi di nuovo tra le sue antiche e silenziose faggete e anche per salire ancora sul Treetop Walk. Si tratta di una installazione torreggiante che tramite un percorso a spirale conduce fino in cima, a 40 metri dal suolo. La torre è letteralmente in mezzo agli alberi, si cammina tra rami e foglie. E’ forse la principale attrazione turistica dell’isola, concepita con una filosofia di ridotto impatto ambientale e arricchita da un bel museo e molte attrazioni per le famiglie e i bambini.

Anche per gli ex bambini, come me. Ero eccitatissima e ricordo l’emozione man mano che salivo, mi avvicinavo ai rami per sfiorarli e poi guardavo giù!

Proprio come quando leggevo il libro di Nalini: ero lì con lei, in arrampicata.

Il libro è ricchissimo di informazioni, in linguaggio per non addetti ai lavori, sulla biologia degli alberi e l’importanza delle volte forestali, e questo non solo per le foreste pluviali, area di suo specifico interesse, ma anche per le foreste e i boschi delle campagne e delle città.  

Nalini prende per mano il lettore e dedica alcuni capitoli del libro a ricordarci quanto sia stretto il legame che l’uomo ha con gli alberi, da sempre.

Per indagare questo legame, si è ispirata al modello della piramide dei bisogni di Maslow, uno dei principali esponenti della psicologia umanistica (**) e si è chiesta: quali sono le “categorie” di bisogni umani che gli alberi ci permettono di soddisfare?

Piramide di Maslow “modificata” da N. Nadkarni – Bisogni dell’uomo soddisfatti dagli alberi

Dalla base fino al vertice della piramide, il legame tra uomini e alberi riguarda tutte le dimensioni della nostra vita: dai bisogni fisici, di sicurezza, di salute fino ad arrivare al gioco e l’immaginazione, alla percezione dello scorrere del tempo e ai simboli.

Giunti in cima alla piramide, gli alberi sono mediatori che ci connettono alla dimensione della spiritualità, del divino e della consapevolezza.

“gli insegnamenti spirituali degli alberi sono universali: dovremmo sforzarci di mettere in collegamento il mondo terreno con quello spirituale, produrre cose che siano utili agli altri, avere radici solide, accettare i cambiamenti inevitabili della vita, vivere consapevolmente, essere felici. Aprirci a qualcosa talmente semplice e piacevole come scalare un albero, o sedersi in silenzio sotto di esso, può far sentire le persone in pace con il mondo e con se stesse”

(pg 241- 242 Tra la terra e il cielo. La vita segreta degli alberi di Nalini Nadkarni. Castelvecchi Editore)

L’uomo moderno si è dimenticato quanto gli alberi siano fondamentali per la vita. Leggere il libro di Nalini aiuta a riattivare una consapevolezza che era ben chiara ai popoli antichi, e che è tuttora centrale  per le popolazioni native.

La salute dell’uomo è profondamente intrecciata con la salute della terra. La chiave per riportare in salute la terra risiede nel modo in cui ci sintonizziamo con la natura e, attraverso la natura, con noi stessi.

Chris Maser, ambientalista americano, è convinto che “imparando a risanare la foresta, la curiamo e mentre curiamo la foresta curiamo noi stessi”.

Io mentre accarezzo un alerce vetusto in Cile

Quando siamo tristi e non riusciamo più a sopportare la vita, allora un albero può parlarci così: Sii calmo! Sii calmo! Guarda me!
La vita non è
facile, la vita non è difficile.


HERMAN HESSE, Il canto degli alberi

Le frequenti incursioni poetiche di cui l’opera  è disseminata sono un’altra ragione per cui questo libro mi è tanto piaciuto.

Una biologa forestale che ha sentito necessario accompagnare il suo racconto con il linguaggio poetico è una piccola rivelazione.

“offro questo libro come un invito a considerare quanto gli approcci di scienza, arte e umanistica possano, tutti insieme, portarci ad una maggiore consapevolezza verso gli alberi”

Nalini M. Nadkarni

La parola poetica coglie la dimensione emozionale, di incanto, di profonda ammirazione e di potente simbolismo che nell’esperienza umana sperimentiamo quando siamo al cospetto di alberi che ammiriamo o a cui siamo legati.

Ogni albero, ogni essere che cresce mentre
Lo fa dice questa verità: raccogli ciò
Che semini. Nella vita, breve quanto
Mezzo respiro, non piantare nulla, solo
Amore.

Rumi

La prossima volta che incontrerai un albero che ti piace, magari prova a leggergli una poesia.

Io lo faccio ogni tanto, in silenzio se sono da sola oppure a voce alta in occasione delle esperienze in natura con piccoli gruppi che accompagno nei boschi.

Gli alberi non hanno orecchie eppure io sono convinta che ci ascoltino.

Note

(*) https://nalininadkarni.com/

(**) https://it.wikipedia.org/wiki/Psicologia_umanistica

tutte le foto sono di Stefano Romani

"La via più chiara per penetrare nell'universo passa per l'intrico di una foresta" (John Muir)

Alberi-mammut

Ripenso, talvolta con un po’ di nostalgia, ai lunghi pomeriggi dopo la scuola e mi rivedo immersa nella lettura delle storie dei pirati di Salgari mentre sognavo arrembaggi tra i mari tropicali.

I libri mi hanno sempre fatto molta compagnia.

Come chiunque ami leggere, col tempo ho coltivato un mio metodo nella scelta di storie e autori che sentivo più vicini e interessanti: ho letto classici, romanzi storici, fantascienza, gialli, fantasy.

Per lo più letteratura europea, nord e sud americana, russa, israeliana, anche giapponese.

Fidandomi anche di consigli di lettura, pochi però, sempre e solo di persone stimate. Ho trascorso ore indimenticabili insieme a personaggi che entravano nella mia vita per un tratto di strada e restavano lì come me, come persone in carne e ossa. E’ così: la lettura dei romanzi ci fa vivere ulteriori vite e non è solo una faccenda che riguarda la mente, si parla di emozioni, respiro, sensazioni del corpo.

Una sorta di realtà aumentata.

Qualche anno fa c’è stato un cambiamento nei miei interessi, ho quasi smesso di leggere romanzi anche se a casa ci sono ancora scaffali pieni di tascabili che attendono il loro turno.

Non sono bene come sia successo, e forse non ha così tanta importanza, immagino sia una fase.

Questo cambiamento potrebbe anche essere collegato al rifiorire del mio amore per la natura, un’attrazione che ha cambiato le mie prospettive, il modo in cui guardo a me stessa e alla vita.

Così, oltre a stare nei boschi e in natura ogni volta che posso, anche per accompagnare piccoli gruppi, ho iniziato a leggere libri su alberi e piante, sull’ecologia profonda, l’etologia, la biologia, l’antropologia, l’ecopsicologia, la teoria dei sistemi, anche la fisica quantistica (divulgativa!), la filosofia e altro ancora. E la poesia. Insomma, un bel miscuglio !

Ho incontrato sguardi che mi hanno aiutato a comprendere un poco meglio le origini del nostro profondissimo legame con la natura, a volte anche attraverso l’intuito e l’arte. Un legame, quello con gli ambienti naturali, da cui negli ultimi 200 anni ci siamo sempre più allontanati fisicamente ed emotivamente a causa delle grandi trasformazioni che la rivoluzione industriale e la tecnologia hanno introdotto. E alla progressiva concentrazione della vita umana nelle grandi città. Oggi circa la metà della popolazione mondiale vive nelle agglomerazioni urbane e la tendenza prevede un’ulteriore crescita nei prossimi 10 anni per arrivare fino al 70% e oltre.

La natura per molti di noi oggi è una sorta di sfondo, una quinta scenica, un insieme di risorse da utilizzare più o meno intensivamente.

Un parco giochi.

In ogni caso appare sempre meno percepita come un tutto, una rete complessa di cui siamo parte anche noi, al pari degli altri animali, delle piante, delle rocce, di mari, laghi e fiumi, del sistema solare e delle galassie!

Questa è una fase dell’evoluzione in cui l’essere umano si percepisce come il fulcro centrale della Terra,  denominata Antropocene, un periodo nella scala geocronologica della vita sul pianeta in cui gli esseri umani esprimono un impatto “rilevante” su tutto l’ecosistema terrestre.

Senza addentrarmi su questo tema, quel che mi interessa è approfondire l’eredità, culturale ed evoluzionistica, che le migliaia di generazioni dei nostri avi umani, vissuti in ambienti naturali e selvaggi, ci hanno trasmesso: un patrimonio di cui siamo in buona parte poco consapevoli e che pure guida tanti nostri comportamenti, scelte e anche emozioni.

A questo proposito, Theodore Roszak, il “padre” dell’ecopsicologia, così definisce l’inconscio ecologico

“L’inconscio collettivo, al suo livello più profondo, racchiude l’intera intelligenza ecologica di tutte le specie, la fonte da cui è scaturita la cultura, come riflesso consapevole di una emergente mente della natura. La sopravvivenza della vita e di tutte le specie non sarebbe stata possibile senza un tale sistema di saggezza autoregolantesi. Era lì per guidare questo sviluppo attraverso tentativi ed errori, selezione ed estinzione, così come era lì nell’istante del big bang per condensare i primi lampi di radiazione in materia solida.

(Theodore Roszak, The Voice of the Earth – An Exploration of Ecopsychology).”

Io sono molto attratta dagli alberi e quindi il mio inconscio ecologico deve essere per qualche ragione (alcune credo di averle comprese) parecchio impastato con radici e foglie.

Ecco dunque, per tornare ai libri, che nella mia bibliografia personale ispirata alla Natura, i boschi e le foreste hanno un posto speciale.

Mi interessano gli aspetti scientifici e biologici, almeno i principali, di come gli alberi prosperano e affrontano le sfide ecologiche (ah… tornassi indietro nel tempo mi iscriverei a Scienze Forestali).

E poi, anzi di più, il legame sociale, culturale, affettivo, anche spirituale che il genere umano ha intrecciato con il popolo silenzioso delle creature radicanti.

Mi piace tanto contemplare gli alberi e scambiare dialoghi “sottili” con questi interlocutori silenti. Altrettanto mi affascina comprendere meglio la relazione ricchissima, complessa e archetipica che unisce alberi ed esseri umani. Per soddisfare una mia curiosità e penso anche per conoscere me stessa un po’ meglio.

Ho scelto quindi, tra i molti letti finora, cinque titoli in cui gli alberi sono protagonisti. Per varie ragioni mi hanno conquistato e li segnalo volentieri a chi dovesse inciampare tra queste righe. Mi sembra anche che ci sia un filo, anzi una radice, anzi molte radici, che li collega nel micelio della mia immaginazione.

Ne scriverò seguendo l’ordine cronologico con cui li ho letti, dunque non una classifica, per me sono tutti libri importanti che mi hanno aiutano ad ampliare lo sguardo.

Inizio oggi con il primo in questa mia mini bibliografia arborea.

Giona delle Sequoie

Viaggio tra i giganti rossi del nord America

di Tiziano Fratus

(Bompiani Overlook, 2019)

Tiziano Fratus è un autore che seguo e leggo da tempo, anzi credo di poter dire che siano stati proprio i suoi libri a orientare la mia attenzione verso la produzione letteraria imperniata sulla Natura.

Poeta e uomo-radice, come ama definirsi, Fratus è “autore di una costellazione di opere che abbraccia poesia, narrativa, saggistica e fotografia, tutti capitoli di un vasto silvario in fieri” come recita la biografia del suo bel sito studiohomoradix.com

Cito, sempre dal suo sito sopra menzionato, un bel ritratto di Fratus:

«Una delle voci più originali del nature writing in Italia, Tiziano Fratus è anche qualcosa di più: è un poeta radicale, un cercatore d’alberi, un filosofo che pensa e trova i suoi pensieri nei boschi. La sua dendrosofia è l’augurio di una saggezza arborea in cui tutto dialoga con tutto: radici, foglie, uccelli, insetti, suoni, umori, tempo» (Serenella Iovino, Università della North Carolina Chapel Hill)

Fratus ha pubblicato diversi libri con importanti case editrici italiane e nel sito  studiohomoradix.com  (nelle note il link), ricchissimo di spunti e approfondimenti, si può trovare anche il calendario delle tante  iniziative di incontro con lettori e appassionati, molti dei quali avvengono in boschi e parchi cittadini. In uno di questi eventi boscosi ho potuto conoscere Tiziano Fratus che guidava un piccolo gruppo di “adoratori degli alberi” (di cui facevo parte anch’io) nell’esplorazione a piedi del parco della Villa Reale di Monza, accompagnata da letture e brevi meditazioni tra alberi secolari.

Giona delle Sequoie è un libro a cui sono proprio affezionata: nel 2013 ho visitato alcuni dei grandi parchi americani in cui si possono ammirare le sequoie, protagoniste del libro: nell’incontro di Fratus con queste incredibili creature ho rivissuto i momenti di autentico stupore provati dinanzi a tali creature gigantesche.

“In California ho incontrato le più vaste creature del pianeta, “cose viventi”, living things le chiamano gli americani: le sequoie. Eden verticali, alberi maestosi, antiche foreste incernierate in silenzi preistorici, cattedrali spirituali ove depositare i dubbi, le incertezze, i ricordi”.

da Giona delle Sequoie, Tiziano Fratus

Un diario di viaggio in ambienti naturali magnifici e misteriosi, ricco di riferimenti alla storia della terra americana che li ospita, la California, e alle vicende di pionieri, ecologisti ante litteram, poeti, pittori, fotografi.

Un racconto personale e intimo degli incontri dell’autore con creature arboree fuori scala, templi naturali in cui raccogliersi anche in meditazione.

Le Sequoie sono creature quasi soprannaturali per dimensioni (alcune sequoie superano i 2.000 anni di età e sono altre oltre 100 metri) e sembrano arrivare da ere geologiche passate, infatti non a caso sono chiamate anche alberi-mammut. Ad esse ci si avvicina con riguardo e ammirazione silenziosa.

Mettendosi in ascolto dell’energia magnetica che emanano e dell’ intelligenza con cui hanno attraversato migliaia di anni, incendi, piogge torrenziali, pesanti disboscamenti.

Quei tronchi possenti e quelle altezze vertiginose ci accolgono, ci parlano anche di noi stessi.

“M’immergo nel paesaggio, raggiungo i contenitori della vita, totem che uniscono la materia di cui siamo fatti, la terra e il cielo. E’ qui, mi chiedo, che si raccolgono le anime di coloro che non ci sono più? Forse l’anima di un mio avo risiede nel Grizzly Giant. O forse no. Ma alla fine è meglio credere che non credere affatto”.

dalla quarta di copertina di Giona delle Sequoie, Tiziano Fratus, Edizioni Bompiani Overlook

E’ possibile ammirare questi alberi così grandi e altissimi anche in Italia, ve ne sono diversi nei nostri parchi e arboreti.

Uno dei capitoli finali del libro riporta l’elenco degli esemplari di Sequoia più annosi del nostro paese, informazioni preziose che si possono rintracciare anche in altri libri dell’Autore che segnalo nelle note all’articolo.

Quello che qui da noi non troviamo sono interi boschi di Sequoie. Camminare tra giganti, esserne circondati, sentirsi creature lillipuziane, stare costantemente con il collo piegato all’insù per cercare di scorgerne la chioma, sapere che sono lì da migliaia di anni.

C’è una parola in inglese che sintetizza bene gli stati d’animo che si provano dinanzi a scenari naturali straordinari, nel senso di fuori dall’ordinario: awe. Rimanda al sentirsi rapiti dalla bellezza, incantati dalla maestà, sbalorditi, ma anche un poco in soggezione, sbigottiti, con un senso di timore reverenziale.

Nelle foreste di sequoie del Mariposa Grove of Giant Sequoias e del Sequoia National Forest mi sono sentita così, e le foto di quel viaggio mi ritraggono con un’espressione trasognata, incredula.

Una piccola umana felice di sostare all’ombra di giganti legnosi.

NOTE ALL’ARTICOLO

https://studiohomoradix.com/fratus/

  • Manuale del perfetto cercatore d’alberi, di Tiziano Fratus (Feltrinelli, 2017)
  • L’Italia è un bosco, di Tiziano Fratus  (Laterza, 2014)